C’è una scena, verso la fine dell’Odissea di Christopher Nolan, che cambia il significato dell’intero viaggio. Ulisse confessa a Penelope di non poter rimanere a Itaca. Non soltanto per ciò che ha subito, ma per ciò che ha fatto. Con l’inganno del cavallo ha conquistato Troia, ma ha anche violato qualcosa di più profondo delle regole della guerra: un patto non scritto tra i popoli. Ha trasformato un simbolo di affidamento in uno strumento di distruzione. Ha vinto, ma la sua vittoria ha introdotto nel mondo un principio destinato a corrodere l’ordine che l’aveva resa possibile. Non è soltanto il rimorso di un uomo. È la consapevolezza che un’epoca è finita.

Guardando quelle immagini ho pensato al celebre racconto della morte del dio Pan. Plutarco narra che, durante il regno di Tiberio, un marinaio di nome Tamo udì una voce misteriosa provenire dal mare. Gli ordinava di annunciare, una volta giunto presso la costa: "Il grande Pan è morto". Quando Tamo pronunciò quelle parole, dalla terra si levò un immenso lamento. Pan era il dio dei boschi, dei pascoli e della vitalità naturale. Rappresentava una natura che non era ancora uno sfondo inerte delle vicende umane, ma una presenza viva, abitata dal sacro e capace di incutere rispetto. Annunciare la sua morte significava dire che quel rapporto con il mondo era terminato.