Christopher Nolan non ha preso tra le mani un racconto qualunque: ha messo in scena la madre di tutte le storie. Forse l’Odissea non è nemmeno più una semplice storia: è talmente ancorata alle radici di tutti da somigliare più a un filtro con cui si guarda il mondo che a una narrazione vera e propria. L’Odissea ha dato forma alla coscienza collettiva, ed è per questo che si fatica ad accettarne i cambiamenti di trama o le inesattezze storiche. Nel film le armature non sono accurate, vi sono personaggi estranei al racconto omerico e vengono omessi dettagli fondamentali della narrazione: Nausicaa e la sua isola dei Feaci o la celebre scena in cui Polifemo urla disperato agli altri Ciclopi che “Nessuno" lo sta accecando sono assenti. Eppure, nonostante la stroncatura della grecista Emily Wilson (che Nolan stesso ha definito d’ispirazione per la sua pellicola), il film tradisce ma non compie sacrilegi. Anche grazie a questi cambiamenti e queste inesattezze. L’armatura di Agamennone è storicamente imprecisa, ma rende perfettamente la grandezza del personaggio: è nera come la sua anima, dopo aver sacrificato la sua stessa figlia per ottenere il favore degli dei a Troia. Un regista non è un mimo o un semplice riproduttore di un’opera, non importa quanto grandiosa: i classici possiedono il potere di esprimersi in modi sempre nuovi e, talvolta, i grandi autori hanno bisogno di giocare con le loro trame per dare vita al loro mondo. Vale per tutte le grandi storie: attenersi rigidamente ai testi non è sempre la soluzione migliore. L’originale rimarrà per sempre lì, ma se registi e scrittori smettessero di “tradirlo” con nuove interpretazioni perderebbero la possibilità di dare voce a quel cosmo, che tanto amano, a modo loro. Che poi, parlare di “originale” con l’Odissea fa già sorridere: la figura di Omero resta avvolta nel mistero e l’opera è il frutto di generazioni di aedi che l’hanno composta e trasmessa oralmente. Di fatto, sono stati gli stessi esseri umani ad aver tessuto e intrecciato una storia che facesse da specchio alla loro anima. Proprio come la tela di Penelope, l'hanno tessuta e disfatta di secolo in secolo. L’Ulisse di Nolan non è lo sfrontato eroe conosciuto in altre interpretazioni, ma un personaggio con sfaccettature diverse: la presa di coscienza delle conseguenze dei propri inganni, la fedeltà verso i compagni di viaggio, il tentativo di abbandonare il controllo sugli eventi affidandosi al mare - proprio lui, il re dell'astuzia e della strategia. C’è il desiderio di tornare a Itaca e, allo stesso tempo, l’inquieta sensazione di non essere ancora pronto ad approdare sulle sue sponde. È l’Ulisse di Nolan, non quello di Omero: in lui vivono le sfumature che il proprio regista ha deciso di valorizzare. D’altronde, altri giganti prima di Nolan si sono divertiti a enfatizzare alcuni aspetti dell’Odissea mettendone in ombra altri. Sono tutti modi con cui gli esseri umani hanno rivisto loro stessi in Ulisse. Dante ne è un esempio illustre: nel suo Inferno non c'è l’Ulisse legato alla famiglia e alla terra, ma colui che prosegue e muore in mare, oltre le Colonne d’Ercole, per inseguire “virtute e canoscenza”. Si potrebbe incolpare Dante di non essere stato fedele ad Omero? Un grande autore fa anche questo: prende una grande storia e le dona l’opportunità di rivivere in mondi sempre nuovi. Non diversamente da ciò che ha fatto Nolan. Questa versione piò piacere o meno, è una questione di gusti. Ciò che è innegabile, tuttavia, è che non si tratta di un sacrilegio: per dare nuova voce al cosmo di un’opera, a volte, gli autori la tradiscono. Le tendono una trappola degna di Ulisse: le fanno credere che essi stiano raccontando di nuovo la sua storia, per poi parlare della propria. L’Odissea, d’altronde, è sempre stata questo: un riflesso in cui le persone hanno intravisto loro stesse.
Nolan ha tradito l’Odissea, ma non è stato un sacrilegio
Non sempre è sbagliato tradire un classico: il film di Christopher Nolan reinventa e taglia l’Odissea, provocando forti critiche. Eppure, proprio come fece Dant















