di Andrea Spinelli

Certo. La fedeltà filologica all’opera scritta non è un criterio valido per giudicare un film. Sono nati capolavori da trasposizioni fedelissime ma anche da rivisitazioni che si discostavano dall’originale in modo scioccante. Tuttavia resta sul campo una domanda legittima. Perché mai mettere le mani sulla più meravigliosa, selvaggia, ipnotica, puerile e divertente storia mai scritta, per farne soltanto l’ennesimo, ridondante, cupo, gargantuesco film di Christopher Nolan?

L’Ulisse di Nolan è il tipico eroe nolaniano: mentalmente travagliato, turbato dai sensi di colpa, ma emotivamente piatto e del tutto privo di senso dell’umorismo. Meno arguto del protagonista omerico e pur tuttavia attraversato da una fredda miscredenza che lo converte in eroe scettico e protomaterialista. Caratteristica questa che lo avvicina all’Achille di Troy, altro improbabile adattamento hollywoodiano in cui, proprio come in questa Odissea, la regia proietta sul personaggio principale l’urgenza di spiegare al mondo che la dimensione mitica degli antichi poemi non era altro che superstizione. E allora complimenti! Avete sperperato decine di milioni di dollari per rinunciare alla più grande risorsa narrativa di Omero sostituendola con un noiosissimo spieghino pseudo-antropologico.