di Alessandra De Guilmi
L’Odissea di Christopher Nolan, a mio parere, è un vero capolavoro. La sua reinterpretazione dell’opera omerica è il frutto di una mente geniale e profonda. Lo spettatore viene rapito da questo racconto che, pur mantenendo la matrice epica dell’opera e molti dei suoi eventi fondamentali, ne trasfigura interiormente l’eroe: un uomo che abbandona i panni del guerriero impermeabile ai rimpianti, alla pietà e alla crudeltà feroce delle sue conquiste, facendo emergere un eroe più realistico e vero.
Un Ulisse che, tormentato dalla brutalità della conquista di Troia, ottenuta attraverso l’inganno di una pace fittizia e nata dall’ira e dalla spietatezza di uomini ormai vittime degli istinti più biechi, viene accompagnato, durante tutto il suo lunghissimo viaggio, da quella che appare come la dea Atena e che, guarda caso, assume proprio il volto della sacerdotessa decapitata durante l’occupazione di Troia.
È la consapevolezza della spietatezza della guerra a costringere un grande guerriero a fare i conti con se stesso.
L’arroganza dell’Ulisse “originale”, la stessa che porterà l’eroe di Dante nel XXVI canto dell’Inferno, tra i consiglieri fraudolenti, a spingersi oltre i limiti imposti all’uomo nel suo insaziabile desiderio di conoscenza, è quella dell’uomo che, nell’Odissea, grida il proprio nome al Ciclope per esaltare le sue gesta, riversando così sui suoi uomini la vendetta di Poseidone.












