di Venanzio Postiglione

L'eroe dell'Odissea esce dal mondo antico e parla di noi. E' lo specchio delle epoche e delle idee, è lo schermo dei nostri tormenti, da sempre

Si poteva immaginare. Ma non così. Un dibattito planetario, senza confini: bello, brutto, capolavoro, disastro, emozionante, deludente. E in mezzo, almeno quello, una miriade di sfumature. Per chi l’ha visto e anche per chi ne ha solo sentito parlare, l’Odissea di Christopher Nolan ha diviso famiglie, amici, colleghi: come neppure la politica e il calcio. Le avventure di Ulisse, che cerca di tornare a Itaca dopo la guerra di Troia, sono passate dalla notte dei tempi, quando si tramandavano a voce, alle immagini di un film del 2026, dove tutto è grandioso e spettacolare. Anche le lacune, pure le inesattezze. Il cast è stellare e forse di più, il mare “colore del vino” vale da solo il biglietto: sul resto si può discutere (e va bene così).

Dispiace che non ci sia Nausicaa, che giocava sulla spiaggia come una ragazza di oggi, quando arriva il naufrago coperto di salsedine. Dispiace che Ulisse non dica a Polifemo di chiamarsi “Nessuno”, perché è una delle più belle storie di sempre. Dispiace che non appaia Achille, per raccontare che è meglio essere l’ultimo sulla terra che il principe nel regno dei morti. Ma il regista doveva scegliere. E non poteva inserire tutto: già due ore e 53 minuti sono una sfida ciclopica, questa sì, nella nostra epoca.