Sono laureata in lettere

antiche e appassionata di cantautorato italiano, ma anche molto curiosa di ogni

novità musicale. Fortemente introversa, la musica mi…

C’è davvero bisogno di un ennesimo articolo su «The Odyssey» di Christopher Nolan? Probabilmente no. Eppure, davanti all’ennesimo video o contributo che mostra come il dibattito abbia abbandonato la critica cinematografica per ridursi a mero scontro politico, è doveroso cercare di capire i motivi del malcontento, evitando di accusare di conservatorismo chi muove alcune critiche. Partiamo con ordine. Perché dare così tanto peso a un film? Perché, alle sue spalle, c’è un importante dibattito culturale che vede al centro proprio i classici. Questi, infatti, negli ultimi anni, nei paesi anglosassoni, sono diventati l’oggetto di una violenta e spesso miope cancel culture: si pensi, ad esempio, ai dibattiti sulla rimozione del greco e del latino perché simboli del colonialismo bianco. Accanto a questa preoccupante tendenza ad emarginare l’antico e a ridurlo a un prodotto di whiteness, vedere un regista del calibro di Nolan prendere Omero solamente per deformarlo ad uso e consumo del marketing provoca una profonda amarezza. Perché sembra che un classico possa essere ormai ripreso da Hollywood solo se in una chiave accettabile per i cliché contemporanei. Quello che risulta fastidioso, poi, è l’ignoranza dilagante che circonda l’operazione: dal regista che chiaramente non ha consultato esperti del mondo classico – anche tralasciando la questione delle armature anacronistiche –, fino alle dichiarazioni spiazzanti di alcuni interpreti. L’attrice che in un’intervista dichiara che «se Omero fosse qui gli chiederei perché non ha dato spazio alle donne» dimostra di non aver mai aperto il testo, ignorando la grandissima importanza di figure cardine della trama e psicologicamente complesse come Penelope, Nausicaa, Circe e Calipso – oltre che di applicare canoni contemporanei alle culture antiche. Iniziamo dalla giustificazione che ha concesso il via libera a qualsiasi stravolgimento: «è una storia inventata – definita addirittura un fantasy – e, come tale, non ha alcuna veridicità storica». L’Iliade e l’Odissea per i Greci non erano affatto un racconto fittizio di intrattenimento: erano la loro storia sacra. I poemi omerici erano il nucleo fondante dell’identità storica, culturale e teologica della cultura greca e l’aedo che cantava questi miti era investito da un’aura di sacralità, in quanto ispirato direttamente dalla divinità (ἔνθεος). Egli aveva il compito di raccontare intrecci ben noti al proprio pubblico in un modo sempre nuovo, che riguardava esclusivamente la sapienza performativa, ma non il significato profondo della trama; altrimenti il cantore non sarebbe stato compreso né accettato dalla comunità in cui si esibiva. Cambiamenti significativi del mito, dunque, non potevano essere fatti.