Isolato pro-tempore in un paesino delle Dolomiti, confesso di non avere ancora visto “The Odyssey” di Christopher Nolan. Ciononostante, ho trovato parrocchiali le polemiche sulla mancata fedeltà al testo di Omero. Che è frutto di finzione storica e archeologica. Come se qualcuno potesse credere davvero a una guerra decennale causata dalla bionda chioma di Elena. O come se le armi di bronzo degli Achei non fossero state sostituite da quelle di ferro nell’età di composizione del poema, quando si stava affermando la civiltà della polis. Il regista anglo-americano, mi par di capire, modifica le trame, i piani narrativi, i profili – e spesso anche i nomi – dei personaggi. Dov’è lo scandalo? Lo hanno fatto molti altri prima di lui, nel cinema e nella letteratura, scegliendo il verosimile manzoniano. Del resto, come ha osservato un eminente studioso dei poemi omerici, Piero Boitani, Ulisse è uno dei pochi eroi classici che non sono mai scomparsi nell’immaginario della cultura occidentale: ha attraversato, mutando e adattando la sua maschera, il fiorire di Atene, Alessandria, Roma, il Medioevo, il Rinascimento, il Romanticismo, il Modernismo (Il grande racconto di Ulisse, il Mulino, 2016). C’è infatti qualcosa di assolutamente avvincente nella sua figura: le fantastiche avventure, la prudenza, l’astuzia, gli inganni, il “nostos” (ritorno in patria) dopo venti anni; oppure, come volle Dante, il suo ultimo viaggio.Un personaggio poliedrico, dunque, ritratto con caratteri di ogni tipo, spesso in stridente contrasto tra loro. E’ il caso di Sofocle, che nel Filottete (409 a.C.) presenta un Ulisse astuto e crudele ingannatore, mentre nell’Aiace (445 a.C.) lo mostra pieno di umana comprensione. Virgilio nell’Eneide (29-19 a.C.) e Ovidio nelle Metamorfosi (2-8 d.C.) lo descrivono come un imbroglione senza scrupoli. Viene invece considerato un esempio insuperabile di virtù e di saggezza da Cicerone, Orazio, Seneca, Plotino. Quasi nessun pensatore della tarda antichità e pochi fra gli stessi padri della Chiesa sfuggono a una interpretazione di Ulisse: il suo nome è sulla bocca dei filosofi stoici, cinici, pitagorici, neoplatonici, gnostici. Gli imperatori romani Tiberio, Nerone e Adriano ne magnificano le gesta. Il ricordo di Ulisse insomma non si spegne mai, anche quando i poemi omerici non sono più letti per ignoranza del greco.Molto probabilmente non li aveva letti nemmeno Dante, a cui si deve però una svolta decisiva nella costruzione del mito di Ulisse, celebrato come tenace e intrepido navigatore dell’ignoto. Anche se la sua vicenda non è priva di forti tensioni e di una conclusione tragica, perché il Dio cristiano – definito soltanto da un “altrui” – vi interviene direttamente orchestrando il naufragio di un eroe pagano, prima di dannarlo nell’ottava bolgia dell’Inferno dove vengono puniti i consiglieri fraudolenti. Ora, mentre l’Ulisse di Dante e della tradizione che a lui risale tende a travolgere ogni limite, sia esso costituito dalle Colonne d’Ercole o dalla morte stessa, visto che “a questa tanto picciola vigilia” egli vuole ancora fare esperienza del “mondo sanza gente”, l’Odisseo di Omero conosce bene la soglia prima della quale si deve fermare se vuole sopravvivere: quando gli viene ingiunto da Tiresia di non toccare gli armenti sacri al Sole se desidera tornare a casa, Odisseo si guarda bene dal farlo, mentre i suoi compagni, che ne fanno strage per mangiare, non tornano a Itaca vivi.Tre regole per un manuale di sobrietà in un’epoca isterica. Primo: niente apocalissi estetiche. Secondo: riconoscere l’incertezza (non è un destino scritto, non è “succederà sicuramente”). Terzo: evitare interventi grossolani. Sulla soglia di quella che Amodei chiama powerful AI: stiamo per ricevere un potere quasi inimmaginabile, e non è affatto chiaro che i nostri sistemi sociali, politici, culturali e istituzionali abbiano la maturità per maneggiarloE’ comunque certo che, dopo le terzine della Divina Commedia, il mito di Ulisse non sarà più lo stesso; e che l’originale omerico sarà costantemente affiancato, quando non stravolto o scartato, dal modello dell’Alighieri. Gli stessi suoi primi interpreti, dai figli fino a Восcaccio, appaiono turbati dal Canto XXVI dell’Inferno, dando inizio a una querelle che dura tuttora. Così Petrarca, che pure veste i panni di Ulisse nelle Familiares (1351-1366), lo condanna nei Trionfi (1351-1374). Mentre, con l’inizio del Rinascimento, nel Morgante (1478) Luigi Pulci fa lodare Ulisse, “che per veder nell’altro mondo gisse”, dal demone Astaroth. Dal tardo Quattrocento in poi l’Ulisse dantesco viene letto da interpreti e scrittori come ombra, prefigurazione poetica del navigatore e dello scopritore di nuovi mondi: una specie di Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci ante litteram.La lettura rinascimentale di Ulisse lascerà una impronta duratura nella cultura occidentale: ad essa si richiameranno non solo scrittori italiani come Parini, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio e Gozzano, ma anche, talvolta in maniera indiretta, grandi autori stranieri come Alfred Tennyson (Ulysses, 1842), Herman Melville (Capitano Achab, 1851)), Charles Baudelaire (Le Voyage, 1861), Jules Verne (il capitano Nemo di Ventimila leghe sotto i mari (1870) è un chiaro discendente di Ulisse), Walt Whitman (il “pioneer” cantato in Foglie d’erba,1855), Nikos Kazantzakis (L’Odissea, 1938). E l’immagine di Ulisse come scopritore di nuovi mondi tornerà, all’inizio del Novecento, per la traversata dall’Atlantico al Pacifico di Roald Amundsen e per le spedizioni antartiche di Robert Scott e Ernest Shackleton.In ognuna di queste mille versioni, l’Ulisse omerico o dantesco viene ovviamente sottoposto ai gusti estetici e alle scelte linguistico-culturali degli autori. Quelli inglesi dell’età vittoriana lo presentano come l’antenato nobile del conquistatore coloniale. Per Joseph Conrad, in The Mirror of the Sea (1906), come ombra di sé stesso in quanto uomo di mare e scrittore. Ezra Pound apre i suoi Cantos (1915-1962) traducendo il suo viaggio verso l’Ade. Franz Kafka scrive una famosa parabola sul Silenzio delle sirene (pubblicato postumo nel 1931), emblema della vittoria della tecnica (di Ulisse) sulla poesia. T.S. Eliot dedica, nella prima versione di The Waste Land (1922), un’intera sezione (la quarta, “Morte per acqua”) all’avventura di un marinaio che è, come mostrano le citazioni esplicite di Tennyson, Conrad, Poe, Coleridge, il discendente di Ulisse.E’ proprio nel 1922 che l’Odissea si reincarna nell’Ulisse moderno per eccellenza, come si intitola il celebre romanzo di James Joyce. Nella sua penultima sezione (“Itaca”), Leopold Bloom, l’ebreo irlandese che rappresenta l’eroe omerico, è finalmente ritornato a casa dal suo lungo vagabondare per Dublino e si appresta a ricongiungersi con la moglie Molly nel letto nuziale. Bloom pensa con orrore alla vecchiaia ormai prossima e decide, in alternativa, di partire. S’imbarca, allora, in un viaggio mentale che percorre il pianeta, con visite a Gerusalemme, allo Stretto di Gibilterra (le Colonne d’Ercole varcate dall’Ulisse dantesco), al Partenone, a Wall Street e ai luoghi che associa alla “finis vitae”: il Tibet, Napoli, il Mar Morto. Quindi si spinge ancora più lontano, sino “all’estremo confine dello spazio”. Finché si ridesta nella sua abitazione “vendicatore straniato, cupo crociato, con risorse finanziarie superiori a quelle di Rothschild”.Ulisse è uno dei pochi eroi classici che non sono mai scomparsi nell’immaginario della cultura occidentale: ha attraversato, mutando e adattando la sua maschera, il fiorire di Atene, Alessandria, Roma, il Medioevo, il Rinascimento, il Romanticismo, il Modernismo. Il suo nome sulla bocca dei filosofi. Bloom non parte affatto: è notte, il viaggio sarebbe pericoloso e soprattutto c’è, lì accanto, un “letto occupato”. Ma col suo suggestivo pellegrinaggio, Joyce ha disegnato un nuovo mito. E l’Ulisse di Kubrick, sfidato dall’“umano, troppo umano” computer Hal, è già fra noi nascosto nelle piattaforme dell’AI?Naturalmente, Bloom non parte affatto: è notte, il viaggio sarebbe pericoloso e soprattutto c’è, lì accanto, un “letto occupato”. Ma intanto, col suo suggestivo pellegrinaggio, Joyce ha disegnato un nuovo mito. Sovrappone al desiderio di fuga e conoscenza di Ulisse immortalato da Dante, La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge (1798), con il suo perenne errare “di terra in terra”. Quello di Bloom è infatti un periplo dei luoghi centrali della nostra civiltà passata e presente (Atene, Gerusalemme, Wall Street), un esodo biblico, un attraversamento mistico “tra le genti, dentro gli eventi”. Joyce ripercorre in una pagina tutte le ombre di Ulisse che la letteratura ha proiettato per tre millenni.Quasi mezzo secolo dopo, sarà Stanley Kubrik a riprenderle in un capolavoro della filmografia fantascientifica: “2001 Odissea nello spazio” (1968). Ulisse viaggia proprio nello spazio e nel tempo infiniti. L’eroe di Kubrik realizza il sogno di Bloom L’apparizione del monolite nero all’inizio della pellicola, mentre rimbombano le note del “Così parlò Zarathustra” di Strauss, segna la trasformazione della scimmia in uomo. La pietra – muto emblema del destino umano – riappare sulla Luna per spingere l’astronauta ai confini del sistema solare: “di retro al sol, nel mondo sanza gente”. Nel 2001, però, il vortice non blocca il successore dell’Ulisse dantesco. Lo lancia, invece, in un folle volo aldilà di Giove, dentro i misteri dell’universo. Al termine del viaggio, il protagonista ritorna a casa, come Odisseo: un bambino vecchio e insieme un uomo nuovo, un altro gradino dell’evoluzione; forse il superuomo annunciato dalla musica nietzschiana all’inizio. Sarà questa la resurrezione che ci attende in un futuro non lontano? Oppure l’Ulisse del 2001, sfidato dall’“umano, troppo umano” computer Hal, è già fra noi nascosto nelle piattaforme dell’intelligenza artificiale? E poi: a quali mutazioni o manipolazioni genetiche prelude il feto, il bambino vecchio che appare alla fine di “2001”? Chi vivrà vedrà.Sappiamo però quel che è avvenuto nelle società e nella carne stessa dell’Europa durante il secolo scorso. E’ proprio qui che, quasi mettendo in scena un nuovo Bloom, “Atene si incontra, o si scontra con Gerusalemme” (Boitani). Tanti dei maggiori pensatori e scrittori di Ulisse della prima metà del Novecento – da Mark Horkheimer e Theodor Adorno a Kafka e Elias Canetti – provengono dalla diaspora ebraica dell’Europa centrorientale. Tant’è che filosofo ebreo francese Emmanel Lévinas giunge a sostenere che l’intero itinerario del pensiero occidentale “resta quello di Ulisse, la cui avventura nel mondo non è stata che un ritorno alla sua isola natale”. Ma al mito del ritorno di Ulisse egli oppone la storia di Abramo: “Ulisse parte. Abramo parte. Un viaggio e un esilio. L’uno con la speranza di ritorno, l’altro verso un’altra terra, una terra straniera che diventerà sua. Uno ritorna, l’altro non cessa di camminare. Uno a casa sua, l’altro altrove. Uno verso l’ambiente famigliare dell’isola natale, l’altro verso l’incognita di un paese di cui non è originario. L’uno e l’altro certamente trasformati dalla strada, la polvere, le prove e gli incontri. Tuttavia, il loro cammino può essere identico? Il primo fa l’esperienza del ritorno alle stesse cose, e il secondo l’esperienza di un’alterità infinita che, alla fine, non è tanto quella della meta quanto quella di Dio” (Con o senza biglietto di ritorno, in Umanesimo dell’altro uomo, Il Nuovo Melangolo, 2005). In realtà, pur utilizzando immagini opposte, Dante e Lévinas giungono a conclusioni assai simili. Il primo condannando all’Inferno l’intera civiltà del suo tempo, inconcepibile senza l’impulso alla scoperta dell’ignoto che è di Ulisse. Il secondo bruciando, insieme al “nostos” omerico, buona parte della barbarie europea novecentesca.Appena un anno e mezzo dopo la nomina di Hitler a cancelliere, gli ebrei tedeschi temevano la perdita, se non della propria vita, delle loro proprietà e del loro lavoro. Fra questi c’era Victor Klemperer, professore di Filologia all’Università di Dresda. Molti dei suoi colleghi ebrei erano già stati costretti al pensionamento anticipato o alle dimissioni. L’8 ottobre 1934 annota nel suo diario: “Mi sento come Odisseo nella caverna di Polifemo” (Testimoniare fino all’ultimo, Mondadori, 2000). Per lui il paragone tra la sua situazione personale e Ulisse nella caverna del ciclope diventa una vera e propria ossessione. Egli ripete l’accostamento diverse volte. L’ultima è del 13 febbraio 1945, quando viene convocato dal comando delle SS per la deportazione. La notte successiva le bombe degli Alleati distrussero Dresda, e Ulisse-Klemperer riuscì, gettando via la stella gialla, a sfuggire al mostruoso figlio di Poseidone.Così l’ombra di Ulisse entrava ancora una volta nella storia. Come è noto, l’incontro fu tragico, e trasformò la fiamma dantesca nel forno crematorio. Ma nel lager nazista di Buna Monowitz, vicino ad Auschwitz, si svolse – siamo nel 1944 – una straordinaria lezione d’italiano, che usa come strumento didattico il Canto d’Ulisse. Primo Levi, il prigioniero (“häftling”) il cui nome è un numero, testimone e partecipe di una grandiosa opera di annientamento morale e fisico di chi una volta era un uomo, cerca di insegnare la propria lingua ad un deportato francese: e sceglie come testo i frammentari ricordi scolastici del passo dantesco. Rivissuta nel lager, la vicenda di Ulisse acquista significati nuovi: il divieto e il folle desiderio di superarlo sono esperienze tragicamente concrete, il “mare aperto” e la “montagna, bruna per la distanza” evocano ricordi lontani; ma la terzina della dignità dell’uomo è “come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono”. E soprattutto il maestro-häftling si ferma sconvolto sul “com’altrui piacque”, cercando disperatamente “prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più” di far capire all’altro “qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui […]”. La dignità dell’uomo e il mistero di Dio e della sua volontà penetrano per questa via inconsueta, attraverso il pagano Ulisse, il cristiano Dante, l’ebreo Levi, fra gli ingranaggi di una macchina assurda e disumana.Forse è vero che la letteratura, il cinema, l’arte ci aiutano a sopravvivere.
C’è sempre un Ulisse che ci aiuta a vivere
Da Omero a Dante, da Joyce fino a Primo Levi nel lager, un’ombra che entra ancora una volta nella storia. E con significati nuovi ogni volta. Perché non bisogna chiedere al film di Nolan la fedeltà al testo dell’Odissea






