di
Roberta Scorranese
Il film di Nolan ha trasformato tutti in grecisti. I pareri degli esperti, i meme sui social e le star protagoniste
«Non sono immortale», dice Ulisse a Calipso nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Eppure, dei dieci anni del viaggio di ritorno nell’Odissea, ben sette Odisseo/Ulisse li ha trascorsi con la ninfa. Quindi, un eroe curioso, incline alle tentazioni, umanissimo. Che sia forse questo tratto caduco a rendere Ulisse «uno di noi», familiare al punto da trasformare le tre ore di Odissea di Christopher Nolan in una «passeggiata» fatta di commenti, osservazioni, dibattiti e persino azzardi da divano, trasformandoci tutti in grecisti?
Alessandro D’Avenia, che a Ulisse ha dedicato uno dei suoi libri più belli (Resisti cuore) fa notare che «Omero usava una tecnica cinematografica straordinaria, ben prima di Nolan: il faccia a faccia con Achille, per dire, la contrapposizione tra l’eroe che sovrasta il mondo e quello che ne è sovrastato. Finisce che il regista Omero fa allontanare Achille di spalle, mentre Ulisse viene verso di noi». C’è la maestria cinematografica. E in effetti, come ha scritto Mariarosa Mancuso sul Foglio, a uno come Nolan «che gli vogliamo dire?».














