Il successo che sta avendo l’Odissea di Christopher Nolan mi ha portato ad analizzare l’opera – considerata insieme all’Iliade il fondamento della cultura occidentale – in una nuova chiave, più moderna e decisamente diversa da quella degli anni al liceo.

Ogni civiltà poggia su una favola che ne racconta l’inizio, per gli antichi greci i padri fondatori della loro erano gli dèi. Costoro rappresentavano nel bene e nel male una presenza costante. Ogni volta che un uomo faceva qualcosa che nessun calcolo razionale poteva spiegare — abbandonava il proprio regno, rifiutava un ordine che non gli sarebbe costato nulla obbedire o gettava via dieci anni della propria vita su spiagge straniere — si diceva che una divinità fosse entrata in lui per condizionarlo. Atena sussurrava. Afrodite interveniva. Poseidone si adirava. Gli dèi dell’Olimpo erano l’alibi del mondo antico e la loro mano invisibile assolveva gli uomini dalla responsabilità delle decisioni più importanti.

Ma noi sappiamo bene che non era così, gli dèi non esistono! Però ci resta quel libro, anzi quei due libri: l’Iliade e l’Odissea che un fondo di verità devono pur avere, sono sempre una finestra sul mondo antico. Qualcosa ha spinto quegli uomini ad agire come hanno agito. Qualcosa trasformava i re in fuggitivi, i guerrieri in bambini imbronciati, e l’uomo più astuto del Mediterraneo in un prigioniero che piangeva su una spiaggia.