Mentre il mondo cade a pezzi da noi c’è la legge elettorale. Da cambiare. Immaginarsi lo slancio di recarsi alle urne chi aveva messo una croce sopra per sempre. Chi non corre a votare perché da anni dimenticato. Chi è stanziale in quella zona d’ombra degli insoddisfatti. E’ stato bocciato l’emendamento delle preferenze, l’opposizione grida vittoria, scende in piazza e chiede le dimissioni della premier. Clamori giornalistici. Perché comunque la riforma elettorale va avanti. Ho trovato alcuni lettori disturbati dal cancan generatosi. E nel dubbio se scintillare il minimo sindacale di entusiasmo per l’accaduto. Loro, votanti dopo tanta astinenza, del referendum sulla giustizia. E ora incerti sul da farsi. Se andare o no in cabina elettorale.

Aleggia la sensazione che molti partiti di governo e di opposizione puntino a elezioni senza vincitori. Si comprende dalle contraddizioni grossolane dentro ogni alleanza piccola e media che sia. Una comunione di amorosi sensi che non va oltre due partiti, pochi per ambire alla vittoria finale. E questo mélange mignon si riscontra roboante anche dentro il centrosinistra che non c’è.

L’opposizione è immiscibile. Disomogenea. Smart. Campo largo è tecnica. Geometria. Respingente. In retromarcia. Manca la forza centripeta. La novità strong. Che stravolge. Che rompe la liturgia alla quale sono affezionati partiti e politici. Il piccolo manuale tarocco delle cose da fare. Non le risolve la coalizione vincente. E la volta successiva non le delibera l’altra alleanza. Tra Pd-5Stelle-Sinistra e accampamenti di centro ci stanno questioni internazionali. Che dividono. Profondamente. L’abbiamo sudorato pochi giorni fa. L’ex premier Conte a Napoli ha fatto alcune considerazioni sulla guerra in Ucraina, il riarmo e i rapporti con Putin. Ha detto quello che dovrebbe pensare tutto il campo largo e in particolare il pauroso Pd che su Kiev surfeggia posizioni indefinite e vaghe. Frutto di errori visibili dell’Europa, innestati dall’inizio del conflitto e poi trascinati fino ad oggi, in una strada senza uscita (vale la pena rileggere l’intervista a Bettini sul Fatto Quotidiano di tempo fa). Ripiegata su discussioni e innumerevoli vertici, tutto meno dedicarsi ad alimentare una remuntada competitiva del Vecchio Continente.