«Questo è un tonfo vero». Abbracci, risate, boati di giubilo. «Di-mis-sio-ni!», «ele-zio-ni!». Nessuna piazza, neanche la più riuscita, avrebbe potuto gonfiare con così tanta euforia le vele del centrosinistra. Ci speravano, i leader del fronte progressista. Ma quasi non osavano confessarlo. «Passano? Non passano, le preferenze?». Per tutto il pomeriggio, i colonnelli del campo largo fanno di conto, cercano di decrittare il post su Facebook con cui Giorgia Meloni chiedeva alle opposizioni di metterci la faccia. Che significa? Ha paura di andare sotto? O è talmente convinta di vincere anche questa battaglia che se la intesta a mezzo social? Tra i dem a metà pomeriggio prevale la lettura pessimistica: «Vuol dire che la maggioranza tiene». Igor Taruffi, responsabile Organizzazione dem, presidia il Transatlantico, sonda le truppe, si consulta ma non si sbottona: «Vediamo, aspettiamo».

Il boato Alle 19 il silenzio nel corridoio dei passi perduti si fa surreale. Tutti di fronte agli schermi che trasmettono la diretta dell'Aula, incrociando le dita. Poi il boato della curva sinistra dell'emiciclo che si sente fin fuori dai portoni di legno massiccio. Centottantotto a 187, la strategia del centrosinistra ha funzionato. Riparte il pallottoliere: «I franchi tiratori sono almeno 35-40», assicura Bonelli. «Di più, mancano 48 voti». Erano stati loro, Pd, M5S, Avs e Iv, a depositare la richiesta di voto segreto sull'emendamento al centro dell'attenzione, quello sulle preferenze "temperate", convinti che nella maggioranza covasse un tale malumore che la garanzia di anonimato avrebbe fatto esplodere con una forza dirompente. Avevano ragione.E per gli alfieri dell'alternativa la reazione è immediata, spontanea. «Dimissioni!», grida tutta la metà sinistra di Montecitorio, «elezioni!». La premier «deve prendere atto che non ha più una maggioranza», scandiscono uno dopo l'altro Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. «Deve andare al Colle, non domani ma questa sera, e dimettersi», avverte il presidente M5S, il primo a prendere la parola in Aula dopo la débâcle della maggioranza: «La premier ci ha messo la faccia e l'ha persa».Ecco la segretaria dem: «La maggioranza prenda atto che ha fallito e che è il momento di andare a casa. È un voto contro l'arroganza di Meloni», la «leader donna che per difendere il suo potere era pronta a schiacciare quello delle altre donne». Renzi, che è senatore, assiste da lontano e intona il de profundis via twitter: «La maggioranza non c'è più. Meloni vada al Quirinale subito e si dimetta. Noi prendiamo un impegno: nessun inciucio, nessun governo tecnico. Si voti a settembre come quattro anni fa».Èun uno-due irresistibile, un'escalation di entusiasmo difficile da arrestare per una coalizione che usciva ammaccata dalla piazza napoletana di una settimana fa, sommersa dalle contestazioni e dalle polemiche per le parole di Conte sulla Russia, e che invece di colpo torna a inebriarsi come dopo il tracollo del referendum di marzo. I renziani sorridono sornioni: «L'avevamo detto, noi, che la premier da marzo era sotto botta...». E allora pazienza se la manifestazione di Padova prevista per oggi è saltata, pazienza per quella di Roma che non si farà (ipotizzata e poi subito smentita): la piazza che dà inizio alla corsa a Palazzo Chigi, per il centrosinistra, è quella di ieri sera, di fronte all'obelisco di Montecitorio. Tutti uniti, stavolta per davvero, compreso il centro, perché oltre ai quattro leader della foto in osteria stavolta ci sono Davide Faraone di Italia viva e Bruno Tabacci, che potrebbe accasarsi nella "quarta gamba" in costruzione. Ed è tutto un darsi pacche sulle spalle. «Davide - gli fa Conte - stavolta ci sei anche tu, sono contento». «Però non ti ci abituare!», scherza Bonelli. Escono in gruppo, al sit-in organizzato da Riccardo Magi e +Europa per protestare contro il "Melonellum", «La notte della democrazia». Inizialmente convocato alle 18, poi slittato fino alle 20, perché un finale così quasi nessuno se lo aspettava. Risate, giubilo. «Altro che notte, questa è l'alba della democrazia!».Manca solo Calenda, che pur avendo contestato lo Stabilicum al quadretto del campo largo «senza un leader» non ha alcuna intenzione di unirsi. Anzi critica «la destra e la sinistra attori di un teatrino ridicolo», una «immagine plastica di un'Italia allo sbando»: «Mentre sono in corso due guerre e gli europei sfilano insieme agli ucraini a Parigi, la politica italiana si occupa di legge elettorale», sferza il leader di Azione.Addio divisioni Ma è troppa la gioia a sinistra per farsi guastare la festa da chi non c'è. Schlein afferra il megafono: «Abbiamo fatto questa battaglia compatti come opposizioni», rivendica, «siamo stati uniti e loro si sono divisi». E allora ecco che Palazzo Chigi di colpo torna nel mirino, e tutte le frizioni su Russia e riarmo di colpo sembrano acqua passata. La segretaria dem già prova a fare sintesi: «Non c'è programma migliore che attuare fino in fondo la nostra Costituzione». Limitiamoci a parlare di questo, sembra suggerire, e a tutto il resto si penserà dopo. Come alle primarie per la scelta del leader, che potrebbero tramontare se la legge elettorale restasse quella attuale. E soprattutto se la premier prendesse le opposizioni in parola e rassegnasse le dimissioni. Di certo per ora c'è che il «tonfo», per dirla con Fratoianni, stavolta ha fatto male. E le opposizioni non vedono l'ora di passare all'incasso.