di Giuseppe Capotosto

E’ bastato un solo voto di scarto, 188 a 187, per respingere l’emendamento sulle preferenze e rimettere a nudo la distanza che separa il palazzo della politica dai cittadini. Quello che si è visto in Parlamento non è un semplice incidente di percorso ma il trionfo dell’autoconservazione. Da un lato una premier Giorgia Meloni che parla di “vittoria della palude”, tentando di smarcarsi dalle responsabilità del centrodestra. Dall’altro, un’opposizione che parla di “vittoria”, esulta con urla e cori degni da stadio: uno spettacolo desolante, in cui entrambe le fazioni recitano una parte mentre l’interesse reale degli elettori viene calpestato.

La verità è che il voto segreto ha fornito lo scudo perfetto per i parlamentari spaventati di perdere il posto alle prossime elezioni. Con l’attuale sistema dei listini bloccati, la rielezione di un deputato non dipende dal consenso che riesce a raccogliere sul territorio, ma unicamente dalla forza del leader di partito che lo inserisce in una posizione sicura.

Introdurre le preferenze significava costringere gli eletti a fare campagna elettorale vera, a spendere energie e a rischiare il posto. L’ipocrisia di questa circostanza politica produce un effetto tossico per la democrazia: l’astensionismo. Quando le regole del gioco vengono scritte e difese solo per tutelare i privilegi di chi è già seduto sulle poltrone, i cittadini si sentono esclusi e presi in giro.