Puntuale come una cambiale a chiusura di legislatura ritorna il tormentone dell’estate che precede il voto politico: l’eterna questione della legge elettorale. Con l’immaginabile entusiasmo del pubblico pagante sotto gli ombrelloni o in giro per sentieri alpestri: già sono udibili gli scrosci di mani che battono e le urla di tifoserie che si lacerano a sostegno degli algoritmi adottati dalle diverse formule matematiche... In realtà, però, farebbero bene anche i vacanzieri a metterci un occhio non solo perché questa sarebbe la quinta legge elettorale che subiremo in 33 anni, cosa che già rappresenta un’anomalia assoluta per le democrazie (ci supera in spasmi ipercinetici solo la Grecia. Ma per poco), ma anche perché ad ogni riforma il sinedrio degli “eletti” si allontana sempre di più dal popolo.
Spezzando senza riguardo il patto democratico alla base della “rappresentanza”, peraltro protetto in teoria (ma disatteso nella pratica) dalla Costituzione ( art.67. Vedere per credere). Chi pensasse, infatti, di cavare dalla riforma un poco di decenza, restituendo agli elettori il diritto di scegliersi il candidato preferito, penserebbe male: piuttosto che sottoporsi al giudizio del popolo, oggi confiscato dai capi-partito attraverso le liste bloccate (possiamo solo scegliere la lista predisposta dal capo ma non votare il candidato), molti parlamentari si getterebbero dalla Rupe Tarpea, in previsione di una certissima trombatura. Assodato che- nonostante le finte agitazioni e le altisonanti dichiarazioni - il voto di preferenza non ci sarà, la proposta legge che va in aula alla Camera per ottenere il voto prima della pausa estiva sarebbe, tecnicamente parlando, un proporzionale con un enorme premio di maggioranza, pari al 17,5%, pericoloso dal punto di vista della rappresentatività perché con la diserzione delle urne che si registra nel paese potrebbe regalare una generosa maggioranza ad una minoranza pari alla quarta parte degli aventi diritto al voto.









