Il dibattito sulla legge elettorale è uno degli argomenti classici su cui si può misurare con una certa precisione la distanza siderale che vi può essere tra l’interesse su un tema rivolto dalla classe politica e l’interesse che ha su quello stesso tema l’opinione pubblica. Sulla legge elettorale, tradizionalmente, gli addetti ai lavori si eccitano, mentre il resto degli elettori di solito si appisola. Ma nonostante questo, noi naturalmente siamo tra quelli che vorrebbero appisolarsi ma non ci riescono, il dibattito sulla legge elettorale merita di essere valorizzato per ragioni non solo di natura tecnica ma anche di natura politica e persino psicologica. Le peripezie di questi giorni, in un certo senso, con il famoso emendamento sulle preferenze su cui il governo ha visto sfumare per qualche istante la solidità della sua maggioranza, sono lì a ricordarci quanto le discussioni sulla legge elettorale possano aiutare anche gli elettori poco interessati ai sistemi elettorali a capire qualcosa di più sulle identità, sulle difficoltà, sulle ipocrisie, sulle strategie, sulle tattiche, sui vizi e sulle virtù della classe politica italiana. E anche in questo passaggio parlamentare, in quello di martedì scorso e in quello di oggi, con la Camera che dovrà esprimersi con voto segreto sul resto della legge elettorale, si può tentare di usare le scene che abbiamo visto e che vedremo come cartina al tornasole degli equilibri della maggioranza e dell’opposizione, compresi i molti non detti.Il festival delle ipocrisie, attorno alla legge elettorale, è composto da molte scene. La scena più romantica è quella di chi pensa che davvero ci fosse qualcuno in Parlamento desideroso di introdurre le preferenze: dire di voler far scegliere gli elettori è un conto, e Meloni potrà rivendicare di averci provato, ma volerlo fare è un altro, perché nessun partito, neppure quello guidato da Meloni, brama per togliere potere alle segreterie dei partiti, rinunciando alle liste bloccate che consentono agli stessi partiti di decidere in anticipo chi dovrà entrare in Parlamento e chi no. La scena più straziante è quella di una parte dell’opposizione che sceglie di trasformare nel simbolo di una vittoria strategica l’affossamento di un provvedimento, l’introduzione delle preferenze, che pure l’opposizione sosteneva di volere. Nel festival bar delle ipocrisie ci sono poi altre scene che meritano di essere citate.Ci sono le scene, commoventi, dei vannacciani che, rivendicando di aver votato per le preferenze, accusano la destra di essere composta da traditori, dall’alto del tradimento appena messo in campo dagli stessi vannacciani, che un partito lo hanno creato tradendo prima la Lega e poi anche il governo, al quale non votano più la fiducia. E ancora. Tra le scene degne di nota ci sono anche le parole di fuoco che arrivano dal Partito democratico contro la nuova legge elettorale, che salvo sorprese dovrebbe essere approvata oggi alla Camera. Una legge elettorale che il Pd guidato da Elly Schlein sostiene di non volere, e che considera da fascisti approvare senza il coinvolgimento dell’opposizione, ma che la componente del Pd più vicina a Schlein evidentemente non vede l’ora di poter utilizzare, considerando un dettaglio presente all’interno della nuova legge elettorale. Quello che, imponendo alle coalizioni di indicare prima del voto un candidato comune alla presidenza del Consiglio, consentirebbe a Elly Schlein di avere la possibilità di essere indicata come candidata unitaria alla presidenza del Consiglio prima delle elezioni: con le primarie, senza primarie, chissà. Dunque, al festival bar delle ipocrisie, Schlein deve dire che la legge a cui Meloni sta lavorando è irricevibile, ma in verità il Pd di Schlein sa che con questa legge elettorale Schlein ha qualche probabilità in più di giocarsi la partita per la premiership rispetto all’attuale legge elettorale.Il campo largo, per il resto, Schlein a parte, teme la legge elettorale nuova perché sa che con questa legge elettorale bisognerebbe assumersi la responsabilità di essere una coalizione e bisognerebbe mettere da parte ogni tentativo di essere coalizzati nei giorni pari e essere conflittuali nei giorni dispari: un conto è presentarsi insieme nei collegi uninominali, come consente la legge attuale, potendo poi dividersi dopo il voto, un altro conto è dichiararsi prima delle elezioni una coalizione politica unitaria, dotata di un candidato comune e interessata ad accedere a un premio di maggioranza. Al festival bar delle ipocrisie, poi, bisogna aggiungere un dettaglio ulteriore: se il Pd dice di non voler in nessun modo ritrovarsi nelle condizioni di dover fare i conti con uno scenario di stallo, con un pareggio, per avere qualche certezza in più di evitare quella possibilità dovrebbe essere felice di avere una legge elettorale che consente un premio di maggioranza che attribuisce 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione che superi il 42 per cento e arrivi prima in entrambi i rami del Parlamento. Nel 2022, quando la destra vinse, conquistò molti parlamentari, più del centrosinistra, anche perché la divisione dei suoi avversari amplificò enormemente la vittoria, consegnandole la stragrande maggioranza dei collegi uninominali previsti dall’attuale legge elettorale. Al festival bar delle ipocrisie, naturalmente, bisogna aggiungere anche qualche elemento rilevante che riguarda i rapporti tra gli alleati della maggioranza, con Forza Italia che farebbe qualsiasi cosa pur di affossare la legge elettorale, perché per Forza Italia avere una legge elettorale, come quella attuale, che garantisce anche chi perde, senza farlo perdere troppo, sarebbe uno scenario infinitamente preferibile a uno scenario in cui dovesse esserci un chiaro vincitore e un chiaro sconfitto: non sia mai che FI finisca all’opposizione. Ma l’elemento forse più interessante e importante, a proposito di ipocrisie, riguarda il tema della palude, evocato da Meloni due giorni fa per dare un nome a ciò che ha fermato il percorso delle preferenze: la palude.La palude, sull’emendamento sul quale la maggioranza è andata sotto, esiste, naturalmente, anche se potrebbe già essere bonificata oggi, con il voto alla Camera sulla nuova legge elettorale. Ma la palude, per molti versi, è la condizione in cui si trova la maggioranza dal giorno successivo alla sconfitta del referendum costituzionale di marzo. E se dovessimo prendere sul serio le parole di Meloni potremmo dire, come ripete da mesi questo giornale, che l’unico modo per evitare di far vivere l’Italia con gli stivali nella palude è approvare rapidamente la legge elettorale, sempre che sia possibile, anticipare la legge di Bilancio a settembre, arrivare al 4 settembre, giorno in cui il governo Meloni diventerà il più longevo della storia, e andare rapidamente al voto, anche per evitare che nella palude i moscerini di oggi, come Vannacci, possano diventare più grandi e più minacciosi. Tutto questo purtroppo non accadrà, perché, come sanno anche i sassi, i parlamentari alla prima esperienza matureranno i requisiti previdenziali solo il prossimo 14 aprile, dopo quattro anni e sei mesi dall’inizio della legislatura, e prima di quella data andare a votare non sarà semplice (sono 252). Ma nel grande festival delle ipocrisie la certezza c’è: se davvero si vuole dare stabilità al paese, se davvero si vuole evitare la trasformazione dei moscerini in mostri, se davvero si vuole evitare che sia un governo logorato a guidare il paese in una fase caratterizzata da sfide importanti in economia, in politica estera, in Europa, occorre sfidare il Paludellum e l’unico modo per farlo è quello che non si verificherà: andare a votare.