Il tormentone politico di questa fase estiva è la legge elettorale, con la contrapposizione tra gli schieramenti e un dibattito che coinvolge politologi ma anche giuristi e costituzionalisti. È giusto votare ogni volta con un sistema diverso? E comunque quali dovrebbero essere le regole in grado di rispettare le scelte degli elettori?
Il dibattito sulla riforma e il ruolo delle preferenze
Sui punti più controversi della proposta del governo che sarà discussa in parlamento abbiamo raccolto le opinioni degli esperti, un modo per contribuire al confronto politico in corso.
Continuare con le liste bloccate e i componenti scelti dai partiti oppure tornare alla possibilità di scelta da parte degli elettori tra i candidati? Decisamente a favore delle preferenze è Paolo Pombeni, docente emerito di Storia dei sistemi politici all’università di Bologna e presidente dell’associazione Il Mulino: «Il sistema delle liste bloccate, corte o meno corte che siano, propone all’elettore di «prendere o lasciare»: chi non è disposto a dare alle segreterie che hanno compilato le candidature un mandato in bianco dovrà porsi il problema dell’astensione. I vertici tenderanno a formare liste di fedeli, anche nell’ottica di avere un parlamento a cui non si affida l’elaborazione di politiche, ma solo la funzione di cassa di risonanza di quel che essi decidono fuori delle aule. Una conseguenza prevedibile è che ci sia un incentivo alla frammentazione partitica: singoli o gruppi che non vedono possibilità di una presenza per loro significativa nei partiti oggi consolidati saranno invogliati a farsi loro liste con scissioni o in altro modo. Si accentuerà così non solo il fenomeno della personalizzazione delle proposte politiche, ma la promozione di una democrazia dei personaggi: a competere non sono capi, leader o guide di formazioni con cui elaborano risposte alle sfide che pone la realtà del Paese e del mondo, ma singole figure che tengono la scena con un proprio repertorio e che lavorano circondati non da organismi per il dibattito e la risoluzione dei problemi, ma da staff di addetti al backstage e alla comunicazione. Non proprio una gran prospettiva per il rilancio della nostra vita democratica».












