La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze conferma la centralità delle segreterie di partito nella selezione della classe parlamentare. Tra le contraddizioni di maggioranza e opposizione, il voto del 14 luglio riapre il tema della rappresentanza e della distanza tra eletti ed elettori, con il rischio di alimentare ulteriormente la sfiducia verso le istituzioni. L’analisi di Alessandro Sterpa, costituzionalista e professore di Diritto pubblico all’Università della Tuscia

Votare contro l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale per il Parlamento, per di più farlo il 14 luglio, rappresenta plasticamente l’impossibilità della presa della Bastiglia da parte del popolo.

Capiamoci, le preferenze hanno molte criticità per il modo in cui si costruisce il consenso: meglio i collegi maggioritari uninominali. Ma le leggi elettorali procedono per scelte sul “meno peggio” previsto dalle norme in fieri e non sull’optimun.

E in questa logica le preferenze (da scrivere, da barrare con i nomi già scritti, con i numeretti…poco conta) sono comunque meglio delle liste bloccate decise all’ultimo minuto da partiti affollati di protagonisti che fanno solo politica (che non sarebbe di per sé male) senza avere alcun contatto con la realtà.