Le preferenze non sono lo strumento migliore per garantire più partecipazione, più trasparenza – soprattutto sui costi delle campagne elettorali – e, in ultima istanza, più credibilità per la scelta della futura rappresentanza parlamentare. È bene pensarci bene prima di lanciarsi in sentenze definitive ed inappellabili. La riflessione di Giorgio Merlo
Non c’è alcun dubbio che la scelta degli eletti alla Camera e al Senato non è una variabile indipendente ai fini della credibilità e della serietà di una legge elettorale.
Al riguardo, tutti conosciamo – o almeno coloro che sono attenti alle dinamiche delle leggi elettorali che, purtroppo, nel nostro paese sono una ristrettissima minoranza di persone – le vicende che hanno concretamente caratterizzato il dibattito politico italiano in merito al capitolo delle leggi elettorali.
Ora, e per non farla lunga ripetendo sempre e solo le stesse riflessioni, credo che non possiamo aggirare un tema che, periodicamente, fa capolino. Parlo, cioè, del ricorso alle preferenze per eleggere i futuri parlamentari. Certo, è sicuramente vero e non si può negare. Con le preferenze si restituisce lo scettro della scelta degli eletti agli elettori. Ma non possiamo, anche per onestà intellettuale, fermarci a questo ritornello.















