La legge elettorale non dovrebbe essere l’ennesimo compromesso tra oligarchie di partito. Dovrebbe restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti e favorire partiti aperti, competitivi e capaci di selezionare la migliore classe dirigente. Il commento di Raffaele Bonanni

Il confronto sulla nuova legge elettorale parte da un presupposto raramente dichiarato. Non sembra mirare a rafforzare la democrazia, ma a preservare gli equilibri del bipolarismo populista. Un sistema nel quale le forze centriste continuano a restare frammentate, prive della massa critica necessaria per contendere la guida del Paese ai due poli. È una convenienza che attraversa gli schieramenti, perché riduce il rischio della nascita di un’alternativa riformatrice capace di sottrarre consenso tanto alla destra quanto alla sinistra.

In questo quadro si comprende anche il silenzio sui nodi decisivi. Lo scontro politico si concentra quasi esclusivamente sul premio di maggioranza, mentre resta ai margini tutto ciò che inciderebbe davvero sulla qualità della rappresentanza: il ritorno delle preferenze, un proporzionale autentico o comunque meccanismi che restituiscano agli elettori il potere di scegliere i propri parlamentari. È difficile non rilevare che proprio su questi temi si registra una sostanziale convergenza.