Roma, 1 luglio 2026 – La partita nella partita sulla legge elettorale si chiama preferenze, vera carne viva della politica. Lasciare che siano gli elettori a scegliersi i propri rappresentanti è democrazia in purezza ma la maggioranza dei leader di partito, più o meno palesemente, sono contrari perché perderebbero ovviamente potere e capacità di controllo sui rispettivi apparati interni. È favorevole Pier Ferdinando Casini, ma lui è un uomo di Stato con un’autorevolezza e una statura che poco ha a che fare con la politica politicante. Per il resto si annaspa.
Il rush finale si giocherà in Aula, e quindi per il momento la cosa più interessante da fare è osservare cosa sta accadendo all’interno del centrodestra, che ha l’onore della proposta. FdI è da sempre favorevole, al contrario della Lega dove un Salvini in grande difficoltà non può certo privarsi del potere di decidere chi dei suoi va in Parlamento, e Forza Italia che eredita la concezione berlusconiana secondo cui è il capo che “nomina”. Il punto è quindi capire quanta forza abbia Giorgia Meloni per imporre agli alleati la propria visione. La premier ha bisogno delle preferenze per rendere “popolare” una legge che altrimenti le opposizioni potrebbero far passare come un colpo di Stato, una cosa da pieni poteri (falso: lo Stabilicum è, tecnicismi a parte, sostanzialmente uguale all’Italicum fatto approvare con la fiducia dal Pd nel 2015). Si capirà se la premier troverà il modo di far passare per lo meno una mediazione, tipo quella dei capilista bloccati e dagli altri scelti con le preferenze, magari prendendosi degli impegni compensativi a favore degli alleati nel listino (o listone). Certo è che se la legge elettorale cambiasse e ancora una volta i cittadini si vedessero espropriati del sacrosanto diritto di scegliersi i parlamentari sarebbe davvero una sconfitta per tutti. Hai voglia dopo di parlare di disaffezione alla politica e di crisi della partecipazione…











