Un vicolo cieco, o meglio un bivio dove qualsiasi decisione alla fine avrà un prezzo alto. Questa è la situazione in cui è finita Giorgia Meloni alla vigilia dell’arrivo in aula della legge elettorale: la partita delle preferenze è diventata uno snodo politico della maggioranza e della sfida con Roberto Vannacci.
NEL DUBBIO, come prevedibile, la maggioranza ha preso tempo: ieri la capigruppo della Camera ha calendarizzato la discussione e il voto finale della legge nella settimana del 14 luglio, una settimana più in là di quanto previsto inizialmente. E anche le giustificazioni presentate dal centrodestra (i ritardi dei treni e l’iniziativa delle opposizioni a Napoli) si sono sciolte come neve al sole. «Leghiamo la legge elettorale ai treni? Questa mi è nuova», ha detto ieri il ministro dei Trasporti Salvini, «Ci sono dei ritardi ma sono convinto che deputati e senatori riusciranno a raggiungere il loro luogo di lavoro». Evidentemente non gli era andato giù che tra tutte le giustificazioni possibili ne fosse stata usata una che apriva a nuovi attacchi verso di lui. La Lega intanto ha fatto muro anche sul voto fuorisede: con il meccanismo immaginato da FdI gli studenti del Sud che studiano al Nord potrebbero togliere voti proprio dove il Carroccio è forte. Poi Salvini ha aggiunto una postilla: «Non sono appassionato né esperto di leggi elettorali, non partecipo a riunioni». Il messaggio è lampante.












