Doppio fischio, primo tempo finito: 217 Sì, 152 No e due astenuti (gli autonomisti del Svp) a voto segreto, la maggioranza e soprattutto Giorgia Meloni ha incassato l’approvazione alla Camera del Melonellum. Ora la partita si sposta in Senato, al rientro dalle ferie.

BASTA GUARDARE l’emiciclo di Montecitorio per vedere affiorare tutte le scorie che ha lasciato a destra la tre giorni di discussione alla Camera. L’alto tradimento alla premier sulle preferenze, la caccia al franco tiratore, la fiducia sfilacciata dentro la coalizione e le prove generali di una nuova alleanza con Vannacci: nel giro di 72 ore le tensioni accumulate si sono scaricate tutte insieme. Durante la seduta, che aveva da esprimere solo le dichiarazioni di voto, tutti i banchi rimangono per lo più vuoti (non c’è neanche la diretta televisiva che avevano chiesto le opposizioni a giustificare un affollamento), ma alcuni sono più vuoti degli altri. I leghisti disertano il dibattito, compresa la dichiarazione di voto del proprio gruppo che avviene con metà dei deputati fuori dall’Aula. Per dire, l’arringa finale è affidata ad Andrea Barabotti, non un dirigente di primo piano e non una figura chiave del dossier, sarà pure un membro della commissione Affari costituzionali ma lo è da inizio giugno. Questa legge ai leghisti non è mai piaciuta e non serve nemmeno più la fatica di nasconderlo. Hanno ceduto i tanto cari collegi uninominali, in cambio hanno avuto le pre-intese sull’autonomia per le regioni del Nord.