A sei giorni dal voto della riforma elettorale targata centrodestra, portata in Aula con una corsa forsennata che ha impedito di esaminare tutti gli emendamenti in commissione, ancora non è chiaro come sarà il Melonellum quater, al netto degli emendamenti tecnici già depositati dalla maggioranza. Sarà Giorgia Meloni a sciogliere i nodi politici, che non sono stati risolti nell’ultima riunione degli sherpa del centrodestra svoltasi ieri pomeriggio nella sede di Fdi, in via della Scrofa a Roma.

La stabilizzazione nei sondaggi di Futuro Nazionale tra il 5 e il 6%, e il parallelo calo di consenso del centrodestra, ha fatto sorgere dubbi sulla quarta versione del testo, quella che assegna un premio a chi supera il 42% dei suffragi, virando sul proporzionale puro se nessuno raggiunge tale soglia. Di qui l’idea di un ritorno alla prima versione del Melonellum, cioè al ballottaggio se nessuno supera una soglia ben più alta, o il 45% o il 50%. Il centrosinistra nei sondaggi è lontano dalla prima di queste cifre ma con il voto disperso dei partiti sotto soglia la potrebbe raggiungere serenamente. E poi, spiega Peppino Calderisi, tra i maggiori esperti di legge elettorale, prevedere il ballottaggio se non si raggiunge il 50% dei consensi significa disegnare un sistema politico del tutto diverso, centripeto e non centrifugo: «I poli di governo sarebbero liberi dai condizionamenti delle estreme potendo chiedere i loro voti nel ballottaggio senza doversi accordare prima». Naturalmente un ballottaggio senza apparentamenti tra i due turni, per riprendersi i voti di Vannacci anziché trattare con lui.