Raffaele Bonanni

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Ogni volta che torna il dibattito sulla legge elettorale, gli italiani reagiscono con distacco. Hanno imparato che non si discute di Democrazia, ma di equilibri interni ai partiti. È difficile dar loro torto. Ogni maggioranza ha riscritto le regole con lo stesso obiettivo: consolidare il potere dei gruppi dirigenti e conservare lo ius nominandi, il privilegio di scegliere chi entrerà in Parlamento.

È un copione che si ripete. Cambiano le formule, non la sostanza. Le liste restano nelle mani dei capi, mentre gli elettori sono privati del diritto essenziale di scegliere il proprio rappresentante. Il Parlamento finisce così per essere composto più da nominati, con un indebolimento del rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Ma il danno non si esaurisce qui. La chiusura del sistema elettorale produce un secondo effetto, forse ancora più grave: altera la natura stessa dei partiti. La Costituzione affida loro il compito di favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica e di selezionare la classe dirigente. Quando, invece, la selezione dipende esclusivamente dal vertice, il partito smette di essere una comunità politica e diventa un circuito chiuso che autoriproduce i propri dirigenti, scoraggia il merito e spegne ogni autentico ricambio.