Antonio Bargone

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La discussione e i recenti sviluppi attorno all’ennesimo tentativo di riforma elettorale – la quinta pensata in questi decenni – confermano un copione già visto, fondato su una grande contrapposizione di facciata che ha ben poco a che fare con una scelta trasparente o con la reale volontà di restituire ai cittadini il potere di scelta. L’emendamento sulle preferenze bocciato dalla Camera ne è la prova lampante: si è cercato di far passare per un’apertura democratica quello che, nei fatti, era un meccanismo blindato e orientato. Con il capolista bloccato deciso dalle segreterie dei partiti e uno spazio residuale per preferenze vincolate, l’elettore non avrebbe avuto in mano una scelta libera, ma un perimetro ristretto e controllato dall’alto. Un vero e proprio inganno istituzionale mascherato da concessione partecipativa.

Democratizzare la vita interna dei partiti

Eppure, la partecipazione democratica sarebbe incentivata da un voto di preferenza libero e/o collegi uninominali ristretti, come quelli previsti dal Mattarellum. Quando il cittadino può scegliere nominalmente il proprio rappresentante senza filtri di partito o quando sa che il candidato risponde direttamente al proprio territorio, la politica torna a essere uno spazio di vicinanza e responsabilità. Ma c’è di più: preferenze e collegi uninominali rappresentano anche uno strumento importante per democratizzare la vita interna dei partiti e garantire un confronto più libero. Con un sistema di liste interamente bloccate dall’alto, infatti, le minoranze interne e le voci critiche vengono regolarmente emarginate dalle segreterie, mentre la possibilità di appellarsi direttamente agli elettori o al territorio restituisce autonomia e pluralismo ai movimenti politici. Ridurre tutto a un listino corto guidato significa invece spegnere quel legame di fiducia e soffocare il dibattito interno, svuotando il voto del suo significato più autentico e riducendo l’elettore a un mero spettatore di scelte calate dall’alto.