di

Roberto Gressi

Dalle regalie di Lauro al referendum di Segni

Vabbé, tanto per dire, lo sappiamo che quello che stiamo per raccontarvi è vagamente spregevole. Ma pure voi fateveli due conti, da bravi padri e madri di famiglia. Sei diventato deputato o senatore. Dio sa quanto ti è costato, in un Parlamento di nominati, dove se non sei caro al leader di turno, vale per tutti i partiti, non puoi nemmeno alzare la manina, per essere candidato. I genitori sono contenti e si vantano, i figli, al liceo, un po’ si vergognano, ma manco tanto. Il prestigio è alto, lo stipendio è buono, ma è pur sempre un contratto a tempo determinato. Ogni cinque anni, se non prima, si ricomincia da capo. Insomma, se riesci a farti mettere in lista, per fare la campagna elettorale ti servono tra cinquanta e sessantamila euro. Ragazzi, questa estate le vacanze si fanno al paese, da nonna. Ma se, legge elettorale non voglia, tornano le preferenze, anche solo per provarci, con tutta l’ansia che comporta, trecentomila euro sono il minimo, e magari li butti dalla finestra.

Tempo di elezioni e tempo di una nuova legge che regola il voto. E si ritorna a parlare della reintroduzione delle preferenze. Giorgia Meloni spariglia e porta l’emendamento in aula. Non ci sta a farsi mettere nell’angolo con l’accusa di volere un Parlamento scelto nel chiuso delle stanze delle segreterie di partito. Fratelli d’Italia la sostiene, e vedi un po’, ma in tanti sperano che sia un bluff da farsi bocciare in Aula, con il voto segreto. Forza Italia, con Antonio Tajani, l’ha detto e ridetto che è contraria, la Lega non ci pensa proprio. Il Campo largo, come da tradizione, va più o meno in ordine sparso, ma ha un punto che lo unisce: la legge elettorale cambiata non la vuole, o così dice, e allora il busillis se lo piangano quelli del centrodestra. Vannacci dove può acchiappa, e segue gli algoritmi elaborati chissà dove.