Mentre l’Italia attraversa la più grave crisi della partecipazione democratica dalla nascita della Repubblica, la risposta che arriva dalla destra di governo è sempre la stessa: meno scelta per i cittadini, più potere ai capi. Siamo di fronte all’ultimo atto volto a trasformare il Parlamento in una camera di ratifica delle decisioni prese altrove. I parlamentari verrebbero di fatto nominati dalle segreterie di partito. Settanta deputati e trentacinque senatori verrebbero super-nominati dal candidato premier vincente, sottratti a qualsiasi verifica da parte degli elettori.Le liste bloccate e lunghe renderebbero impossibile scegliere le persone da mandare in Parlamento. Le preferenze continuerebbero a essere bandite e si ratificano pacchetti confezionati dai leader. È una concezione verticale della politica mentre quasi un italiano su due non vota: milioni di persone si sentono senza voce perché la distanza tra istituzioni e società è diventata un abisso. E questo vale soprattutto per le giovani generazioni che in altre forme fanno politica, come ha dimostrato la massiccia partecipazione al referendum. La proposta della destra non colma questo vuoto, anzi lo approfondisce. E rischia di consegnare la maggioranza parlamentare a una minoranza del Paese.Ripropone meccanismi territoriali differenziati che fanno apparire il Trentino-Alto Adige come una sorta di eccezione permanente al principio di uniformità democratica. Non affronta seriamente il tema dell’equilibrio di genere. Soprattutto, continua a negare agli elettori il diritto fondamentale di scegliere chi li rappresenta. È palesemente incostituzionale. Ma il vero errore è l’ostinazione nel voler resuscitare un modello politico, quello bipolare, che ha esaurito la sua funzione storica. Il nome del candidato premier sulla scheda – che non esiste in alcuna democrazia – ne è l’emblema.Il bipolarismo nacque negli anni Novanta dentro una stagione eccezionale: la fine della Guerra fredda, il crollo dei partiti della Prima Repubblica, l’illusione che la semplificazione della competizione politica potesse produrre automaticamente stabilità e governabilità. Per un periodo quella formula ebbe una sua razionalità. Oggi non più. La società italiana del XXI secolo non è riducibile a due blocchi contrapposti. È plurale, frammentata, mobile, attraversata da domande che non trovano posto dentro la gabbia artificiale dei due campi. Continuare a forzare questa complessità dentro un meccanismo bipolare significa produrre rappresentazioni sempre più false della realtà. E questo vale a sinistra, a destra, per le forze più estreme e per quelle più centriste. La vera alternativa non è tra governabilità e rappresentanza, ma tra democrazia chiusa e aperta.Le forze di opposizione smettano di interrogarsi su chi debba essere il leader. L’Italia ha bisogno di una legge proporzionale con una soglia di sbarramento ragionevole, intorno al 3 per cento che restituisca voce a una società che oggi non si sente ascoltata. La domanda che attraversa il nostro tempo non è come concentrare altro potere nelle mani di pochi. È come restituire o conquistare potere ai molti. Il conflitto del nostro tempo passa da qui: la partecipazione democratica contro le nuove oligarchie.
Basta oligarchie i cittadini devono scegliere
La nuova legge elettorale rimarca l’esclusione delle istanze lasciate fuori dalla rappresentanza










