Le settimane di ondate di calore sono uno dei pochi momenti in cui in Italia si parla diffusamente di crisi climatica, anche se spesso con toni emergenziali. Il termometro che batte record su record nelle città, i pronto soccorso che si riempiono, gli incendi, i sistemi produttivi che vanno in crisi: in questi giorni non si possono ignorare gli effetti più evidenti della crisi climatica a cui l’Italia, il Mediterraneo, l’Europa, si sono dimostrate regioni particolarmente esposte. Eppure, finite le settimane di emergenza, scende l’asticella del termometro e si torna a parlare di altro, ad aspettare la prossima crisi.
Questa “dissociazione climatica” è particolarmente evidente in Pianura Padana, la cosiddetta food valley italiana, dove gli effetti delle ondate di calore sono particolarmente gravi: i fiumi - prima di tutto il Po - sono quasi in secca, gli agricoltori attingono sempre più dalle acque di falda per irrigare raccolti sotto stress termico, gli allevamenti intensivi diventano scatole di calore infernale.
“La temperatura che c’è fuori, c’è anche dentro,” afferma Gaetano Luppi, che ha un’azienda di suinicoltura in provincia di Modena e che lavora come consulente in diverse strutture del territorio. “Anzi dentro è un po’ più elevata perché c’è il calore degli animali”. Secondo Luppi, la mortalità dei suini in diversi allevamenti è raddoppiata in queste settimane, proprio per il forte stress termico a cui sono sottoposti gli animali.














