Il grande caldo contribuisce alla proliferazione di malattie all'interno degli allevamenti. Il sistema agricolo rischia di collassare sotto il peso del riscaldamento globale e a pagare il prezzo più alto sono come sempre gli ultimi del mondo Il grande caldo contribuisce alla proliferazione di malattie all'interno degli allevamenti. Il sistema agricolo rischia di collassare sotto il peso del riscaldamento globale e a pagare il prezzo più alto sono come sempre gli ultimi del mondo Negli Stati Uniti si può "affittare" un pollo come fosse un abbonamento Netflix. Si seleziona un pacchetto - di solito due o quattro galline ovaiole adulte, un pollaio portatile, qualche sacco di mangime e il materiale informativo per i neofiti dell’allevamento - e si attende che il tutto venga consegnato al proprio domicilio da uno degli addetti. Un vero e proprio kit, il cui prezzo varia da un minimo di 400 dollari per sei mesi - considerando l’affitto di due polli - fino a 1.000, sempre per sei mesi, ma con quattro esemplari. Il problema del caldo estremo negli allevamentiPer quanto possa far sorridere lo scenario bucolico in cui un paio di polli scorrazzano nel proprio giardino, in realtà, questo escamotage agricolo rispecchia un fenomeno più ampio. A patire le sempre più frequenti ondate di calore anomalo sono anche gli animali da allevamento. Le temperature si alzano, avicoli, ovini, bovini e suini - stipati - ne soffrono, diventando più suscettibili a malattie e infezioni. I polli in particolare, poiché a differenza dei mammiferi, non sudano e dissipano il calore con maggiore difficoltà. Così, quando le temperature superano determinate soglie, gli animali riducono l'assunzione di cibo, si indeboliscono e diventano più vulnerabili a patogeni e infezioni. E in allevamenti che ospitano migliaia o decine di migliaia di capi, basta qualche focolaio per scatenare una crisi epidemica. Ed economica.L'aviaria negli UsaÈ quanto accaduto negli Stati Uniti negli ultimi anni con l'influenza aviaria. Tra il 2024 e il 2025 milioni di galline ovaiole sono state abbattute per contenere la diffusione del virus. Il risultato è stato una diminuzione dell’offerta dei prodotti sul mercato: meno animali, meno uova disponibili, quindi prezzi in aumento. In alcuni periodi una confezione da dodici uova è arrivata a costare oltre il doppio rispetto ai valori abituali. Così, uno dei cibi storicamente più economici - e considerati più nutrienti - si è trasformato nel simbolo dell'instabilità delle filiere alimentari. In questo contesto, servizi come Rent the chicken - la realtà statunitense più importante in fatto di “noleggio” di pollame - non potevano che trovare terreno fertile. Affittare due galline per qualche mese, in realtà, non è economicamente conveniente rispetto all'acquisto delle uova al supermercato, ma risponde a un'altra esigenza: ridurre la dipendenza da una filiera percepita come fragile e potenzialmente nociva, una sorta di assicurazione contro scarsità, rincari e possibili interruzioni future della produzione.Il paradosso di un mercato cannibaleSe si allarga lo sguardo, però, ci si rende conto che il paradosso è più ampio. Gli allevamenti intensivi contribuiscono in misura significativa alle emissioni di gas serra - secondo le stime del Wwf sono responsabili di circa il 15% del totale - attraverso il consumo di mangimi, l'utilizzo di suolo, la produzione di fertilizzanti e le emissioni di metano e protossido di azoto. Il cambiamento climatico che ne deriva rende allo stesso tempo più difficile allevare gli animali stessi, esponendoli appunto a stress termico, malattie e mortalità crescente. È una cannibalizzazione del sistema: un modello produttivo che alimenta le condizioni ambientali che finiscono per comprometterne la stessa efficienza.Da qui, un secondo effetto. Se il caldo riduce la produttività degli allevamenti e ne aumenta i costi, carne, latte e uova diventano progressivamente più cari. E mentre il sistema erode paradossalmente le basi che ne hanno garantito la crescita per decenni, a pagare il conto più salato sono, come sempre, gli ultimi del mondo. In questi anni l'inflazione alimentare è diventata uno dei segnali più tangibili della crisi climatica per milioni di persone. Il discorso riguarda soprattutto i Paesi in cui la popolazione spende una quota maggiore del proprio reddito per mangiare, cioè quelli che in media hanno il minor potere d'acquisto. Secondo l’ultimo rapporto globale sulle crisi alimentari redatto dall’Onu insieme a Ue e altre organizzazioni globali, come la Global Network Against Food Crisis, nel 2025, 266 milioni di persone in 47 Paesi/territori hanno subito livelli elevati di insicurezza alimentare acuta, vale a dire quasi il 23% della popolazione analizzata. Si tratta di una cifra quasi doppia rispetto a quella registrata nel 2016 e destinata ad aumentare ancora.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp
Non basta adottare un pollo per fermare la crisi climatica
Il grande caldo contribuisce alla proliferazione di malattie all'interno degli allevamenti. Il sistema agricolo rischia di collassare sotto il peso del riscalda








