Decine di scuole nei paesi di montagna rischiano la chiusura a causa del Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell’11 maggio 2026, il Dpcm 121, che definisce per la prima volta cosa si debba intendere per “Comune montano”, introducendo rigidi criteri geomorfologici e altimetrici per definirne la classificazione ufficiale. Un atto, già pubblicato in Gazzetta Ufficiale, con il quale dovrà fare i conti anche il leader della Lega, Matteo Salvini, dal momento che tra i sindaci più indignati ci sono proprio quelli del Carroccio.
Dal 22 luglio, giorno in cui entrerà in vigore il decreto, centinaia di comunità si vedranno tagliare i fondi strategici del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane e saranno private delle deroghe indispensabili per evitare il dimensionamento scolastico e il taglio delle classi nei piccoli plessi. Molte comunità non avranno più il ciclo completo della scuola primaria con le cinque classi (prima, seconda, terza, quarta e quinta), ma aule con bambini di 6, 7 e 8 anni insieme oppure di 8, 9 e 10 anni.
Un assetto della scuola che porterà inevitabilmente le famiglie a trasferirsi per dare ai figli la possibilità di frequentare una scuola “normale”. Ad andare su tutte le furie per questo provvedimento è la responsabile Istruzione del Partito Democratico, Irene Manzi, che in una nota ufficiale scrive: “Ci uniamo con forza alla protesta sollevata in queste ore da numerosi amministratori locali: questo decreto è un vero e proprio atto di arroganza politica. La scuola non può essere governata da algoritmi matematici o da un righello che misura le pendenze dei terreni. Chiudere una scuola in un comune montano significa decretarne lo spopolamento e negare il fondamentale diritto allo studio. Dal Governo pretendiamo immediata chiarezza: chiediamo di bloccare subito gli effetti di questo provvedimento e di aprire un tavolo di confronto urgente con i sindaci per rivedere i criteri e salvare i presìdi educativi delle nostre aree interne”.











