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Nelle discussioni sulla legge per la montagna, approvata dal parlamento a settembre, il governo si è accorto di un problema: in Italia si definisce montagna circa il 35 per cento del territorio, molto meno della superficie dei comuni classificati come “montani”. Questa incongruenza ha convinto il ministro degli Affari regionali a nominare una commissione di esperti chiamata a ripensare i criteri per definire un comune montano, a decidere insomma cosa è montagna e cosa no.

È molto più che una questione linguistica: i comuni che rientrano nei criteri possono avere fondi dedicati ai territori svantaggiati e varie agevolazioni che spesso sono fondamentali per il loro buon funzionamento e per evitare che si spopolino. L’obiettivo dichiarato è evitare che gli aiuti vadano a posti che non hanno davvero i requisiti per riceverli, e probabilmente anche ridurre un po’ i costi.

I criteri usati finora risalgono a una legge del 1952 che diceva così: un’amministrazione si può definire montana se almeno l’80 per cento della superficie del comune è al di sopra dei 600 metri sul livello del mare o se la differenza tra il punto più alto e il punto più basso è superiore ai 600 metri, se il reddito imponibile medio per chilometro quadrato è inferiore a 2.400 lire (in riferimento ai prezzi del 1937: circa 2.700 euro di oggi).