Il Parlamento europeo aveva già deciso. Con una risoluzione adottata nell’aprile 2026 aveva respinto la proposta della Commissione di prorogare il regolamento che autorizzava, sia pure su base volontaria, la scansione delle comunicazioni private da parte delle piattaforme digitali per individuare materiale di abuso sessuale sui minori. Non solo. Aveva invitato la Commissione a ritirare la proposta. Sembrava la parola fine.
Invece no. Con una procedura eccezionale, sollecitata dalla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola nel suo intervento al Consiglio europeo del 18 giugno, il fascicolo è stato rimesso sul tavolo. Lo stesso testo, sostanzialmente immutato, ritorna, “magicamente” davanti all’Aula, ma questa volta con regole procedurali completamente diverse e molto più favorevoli alla sua approvazione. È una vicenda che dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente dalle appartenenze politiche. Perché qui non è in discussione la lotta contro la pedopornografia. Quella è un dovere morale e giuridico sul quale nessuna persona ragionevole può nutrire dubbi. La vera domanda è un’altra.
Siamo davvero disposti ad affidare alle grandi piattaforme private il potere di analizzare le nostre comunicazioni? Immaginiamo una scena qualsiasi. Un nonno trascorre una giornata al mare con il nipotino di quattro anni. Scatta una fotografia mentre il bambino gioca sulla battigia e la invia, attraverso una piattaforma di messaggistica, per esempio Whatsapp, al genero. Una fotografia familiare. Un gesto d’affetto. Eppure, perché il sistema possa stabilire che quella fotografia non contiene materiale illecito, deve prima analizzarla. Deve confrontarla con banche dati, applicare algoritmi di riconoscimento, elaborare immagini e metadati. Solo dopo potrà concludere che si tratta semplicemente del ricordo di una giornata felice.













