Sguardi spenti, un forcone e l’aria malinconica di un impero che scricchiola dalle fondamenta. La democrazia americana compie 250 anni, ma di ragioni per festeggiare proprio non se ne trovano. L’atmosfera somiglia più a quella lugubre e sinistra dipinta da Grant Wood in “Gotico americano”. Stesso titolo, stessa inquietudine, solo che al posto dei due contadini del Midwest, sulla copertina de L’Espresso in edicola e online da venerdì 3 luglio, ci sono due volti familiari. Ma non per questo più rassicuranti.Tiene stretto in mano il tridente Donald Trump, e intanto gli sfugge tutto il resto. L’economia arranca, le guerre si trascinano nonostante i proclami, evaporano i diritti umani e le libertà civili. E anche tra i suoi elettori, scrivono Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni, c’è chi mostra insofferenza. Di tutt’altro umore è invece la cerchia di cleptocrati che grazie all’amministrazione repubblicana sta facendo registrare profitti record. La stessa famiglia Trump, assieme a un manipolo di miliardari, si è arricchita investendo sul comparto bellico, criptovalute, mercati di predizione, terre rare e resort di lusso. Lo racconta Gianfrancesco Turano.Il declino statunitense, ricorda nel suo editoriale il direttore Emilio Carelli, “rischia di riguardare anche noi. Perché il destino dell’America coincide, in parte, con quello delle democrazie occidentali”. Per questo, accanto a The Donald, si affaccia in copertina anche il viso corrucciato di Giorgia Meloni. Dopo l’idillio iniziale i rapporti sembrano essersi incrinati. Ma quello tra Usa e Italia è un matrimonio ancora saldo. Lo conferma anche il segretario della Nato Mark Rutte. Intervistato da Carlo Tecce, il numero uno dell’Alleanza atlantica ha evidenziato il supporto del nostro Paese alla missione aerea americana in Iran: “L’Italia, al pari di altri alleati, ha attuato gli accordi bilaterali esistenti in materia di basi e sorvolo”.Parole difficili da smentire, che però possono sempre essere annacquate da un discorso pubblico ormai privo di qualsiasi forma di compostezza. E la responsabilità, spiega nel suo commento il vicedirettore Enrico Bellavia, è della classe dirigente che imita e legittima il linguaggio degli odiatori. Non c’è dunque da stupirsi se il gruppo Facebook “Meglio una di meno che una femminista di troppo” normalizza la violenza sulle donne e raccoglie 54mila iscrizioni. Ne scrivono Delia Cascino e Jessica Perra.Dagli abusi di genere a quelli commessi dai coloni israeliani. La sezione Mondo del giornale si apre con un articolo a firma di Matilde Moro sul rabbino Avraham Zarbiv, che è diventato una star sui social grazie a video in cui celebra la distruzione sistematica delle abitazioni a Gaza. Stefano Vergine mette in luce le contraddizioni della filiera mondiale del caffè, dipendente da pesticidi vietati nei Paesi consumatori e che mettono a rischio la salute di agricoltori e comunità rurali.In Italia, a dover affrontare condizioni di lavoro inumane sono i lavoratori stagionali italiani impiegati nel settore del turismo. Lo evidenzia un reportage dalla Riviera romagnola curato da Gabriele Cruciata. La piaga del precariato coinvolge anche la generazione “usa e getta” dei supermarket, descritta da Simona Caleo. È invece una storia a lieto fine quella di Franca Faita, operaia e delegata sindacale della Valsella Meccanotecnica di Castenedolo. Quando scoprì che l’azienda fabbricava mine antiuomo vendute illegalmente guidò scioperi e un’occupazione durata due anni, ottenendo nel 1994 lo stop alla produzione bellica. Per restare accanto agli operai, rinunciò a ritirare il Nobel per la Pace nel 1997.Potrebbe vincere dei premi anche “Hell Grind”, la prima pellicola generata interamente dall’intelligenza artificiale. Il fantasy realizzato dal regista kazako Aitore Zholdaskali ha diviso il mondo dei cineasti tra scettici e tecno-ottimisti. Ne scrive Claudia Catalli in apertura delle pagine culturali. Chiudiamo con una riflessione sull’individuo contemporaneo che porta la firma dell'antropologo francese David Le Breton. La mancanza di empatia tipica delle nostre società, secondo lo studioso, trova la sua origine nell’architettura stessa delle tecnologie digitali: “Camminiamo con lo smartphone in mano, sommersi dalla valanga di sollecitazioni, gli occhi rapiti dallo schermo, percependo il nostro ambiente fisico e umano soltanto in maniera accessoria”. Per chi è in cerca di alternative, c’è L’Espresso che lo aspetta in edicola.