Da Beirut il sarcedote milanese racconta di aver aperto le porte a duecento sfollati musulmani dal sud
C'è ''incertezza'' in Libano dopo l'accordo quadro firmato con Israele il 26 giugno a Washington, perché il Paese è ''in ostaggio'' di ''una cultura dell'odio'', di ''una resistenza che nessuno condivide e che provoca la reazione di Israele''. Una situazione dove regna ''il diritto alla risposta'' e l'idea del ''nemico da distruggere'', ma ''la pace è sempre possibile'', ''non si può perdere la speranza'', solo ''occorre avere la saggezza di non rispondere'' e di ''proporre un altro modello''. Lo racconta all'Adnkronos Don Carlo Giorgi, sacerdote milanese da dieci anni in Libano che ha aperto le porte della sua parrocchia di San Giuseppe di Monot ai migranti del sud del Libano, sfollati dalla ripresa degli attacchi israeliani lo scorso 2 marzo. Oltre duecento persone ''la maggioranza sono musulmani'' che vivono da allora negli spazi della parrocchia, ''ovunque tranne nella chiesa vera e propria'', ai quali viene garantita assistenza, cibo, vestiti. ''Noi facciamo i salti mortali, loro sono molto riconoscenti, ma è una situazione innaturale'' dove ''le famiglie non vivono nella stessa stanza, il cibo è precucinato, ci sono turni per fare la doccia'' e ''gli uomini non lavorano, i bambini non vanno a scuola'', racconta Don Giorgi, prete del Vicariato di Beirut.













