L’accordo quadro siglato tra Libano, Israele e Stati uniti continua a suscitare polemiche in Libano. Il presidente del parlamento Nabih Berri, capo del partito sciita Amal, alleato di Hezbollah, lo ha definito ieri «contraddittorio e impossibile da implementare». Se Berri potrebbe, nonostante il suo ruolo, essere accusato di partigianeria, sono molti i leader che hanno espresso la loro contrarietà all’accordo, primo fra tutti Walid Jumblatt, punto di riferimento assoluto della comunità drusa e capo del partito progressista socialista, al quale non si può certamente attribuire una simpatia per il partito armato sciita, di cui ha sempre chiesto il disarmo.
JUMBLATT HA PARLATO di un accordo «trilaterale nella forma e unilaterale nella sostanza», che nei fatti giustifica l’occupazione israeliana. Al penultimo punto dell’accordo-quadro si legge che «Israele e Libano si impegnano (…) alla cessazione di ogni azione ostile o avversa in sedi politiche o giuridiche internazionali». Nella pratica il Libano rinuncia a denunciare in sedi internazionali gli svariati atti di guerra classificati come crimini dai trattati internazionali compiuti da Israele in Libano, certificati da enti internazionali come Unifil, da ong come Amnesty e dallo stesso governo libanese, tra cui attacchi a civili e a infrastrutture civili essenziali, attacchi al fosforo bianco e al glifosato, solo per citarne alcuni. Un punto ancora più dolente se si mette in conto che il primo ministro libanese, Nawaf Salam, è stato presidente della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, prima del suo incarico attuale.










