Continua a destare perplessità e indignazione l’accordo quadro sottoscritto da Israele, Libano e Stati uniti al Dipartimento di Stato di Washington il 26 giugno scorso. Sei organizzazioni – Amnesty International, Human Rights Watch, il Centro libanese per i diritti umani, Legal Agenda, Reporter senza frontiere e l’Unione dei giornalisti in Libano – le hanno messe nero su bianco in un comunicato congiunto venerdì. L’accordo «rischia di tradire le vittime di crimini di guerra in Libano. (…) Alcune parti del testo sembrano mirare a impedire alle vittime di gravi crimini internazionali di cercare giustizia presso sedi internazionali; altre paiono accettare lo sfollamento forzato, prolungato e a tempo indeterminato, di decine di migliaia di residenti di vaste aree del Libano meridionale occupate dalle forze israeliane», secondo i sei firmatari.

L’ATTENZIONE CADE in maniera particolare sui punti 3 e 13 dei 14 formulati nel quinto ciclo di incontri diplomatici diretti tra Libano e Israele, che per la prima volta dal 1983 si siedono allo stesso tavolo. Nella terza clausola si legge che solo «una volta confermati l’avvenuto disarmo dei gruppi armati non statali e lo smantellamento delle relative infrastrutture in tali aree, le Laf (Forze armate libanesi, ndr) ne assumeranno la piena ed effettiva responsabilità di sicurezza; avranno quindi inizio gli interventi di ricostruzione sostenuti a livello internazionale e i civili libanesi potranno fare ritorno in sicurezza in queste zone, poste sotto il controllo esclusivo delle autorità statali libanesi». A tal proposito le organizzazioni denunciano che «ai sensi del diritto internazionale umanitario, deve essere consentito alle persone di fare ritorno una volta cessate le ostilità o venute meno le ragioni del loro sfollamento» e che quindi il punto 3 dell’accordo «viola ulteriormente il diritto internazionale e il divieto di sfollamento forzato, condizionando il ritorno dei residenti in zone specifiche lungo il confine, attualmente occupate da Israele».