Le fiamme dei cassonetti appiccati a pochi passi dal Parlamento libanese illuminano le crepe di un’intesa che rischia di nascere già svuotata.

Il 26 giugno 2026, a Washington, è stata firmata una fragile intesa quadro tra Libano e Israele sotto l’egida del segretario di Stato americano Marco Rubio.

Ma mentre la diplomazia internazionale salutava un possibile passo verso la stabilizzazione, le strade di Beirut hanno sfiorato il precipizio.

Venerdì sera, centinaia di sostenitori di Hezbollah in sella a motociclette hanno invaso la capitale bollando l’accordo come “umiliante”; soltanto il tempestivo, e al tempo stesso delicato, dispiegamento dell’esercito libanese ha impedito che la rabbia degenerasse in un’insurrezione intercomunitaria.

L’intesa raggiunta negli Stati Uniti non sancisce una pace immediata, ma definisce una cornice per affrontare tre nodi esplosivi: il ritiro progressivo delle forze israeliane, l’estensione dell’autorità dello Stato libanese e il disarmo dei gruppi armati non statali, a cominciare da Hezbollah.