La diplomazia statunitense ha centrato un obiettivo che fino a poche settimane fa appariva irraggiungibile: Israele e Libano hanno sottoscritto a Washington un accordo quadro, primo tentativo strutturato di trasformare una fragile tregua in un meccanismo politico e militare verificabile. Il testo, frutto di cinque intensi giorni di colloqui guidati dal Segretario di Stato americano Marco Rubio, non equivale né a un trattato di pace definitivo né a un cessate il fuoco generale, ma definisce una cornice operativa destinata a procedere per fasi.
Il cuore dell’intesa: le "zone pilota"
Lo schema, firmato da due Paesi formalmente ancora nemici e privi di relazioni diplomatiche, prevede l’istituzione di due zone pilota nel sud del Libano, attualmente sotto controllo delle Forze di Difesa Israeliane (Idf). Una si troverà a nord del fiume Litani, l’altra a sud. Il dispositivo si regge su un equilibrio delicato: le truppe israeliane effettueranno un ritiro limitato da questi settori, trasferendo il controllo esclusivo all’esercito libanese. A vigilare sull’assenza di miliziani armati di Hezbollah saranno ufficiali militari statunitensi, con compiti di supporto e monitoraggio. L’obiettivo strategico di Washington è evidente: verificare la capacità dell’autorità statale libanese di presidiare il territorio prima di ridefinire l’architettura di sicurezza dell’intero confine.










