Mentre a Washington le cancellerie celebrano quello che definiscono un “primo passo verso la pace” tra Israele e Libano, le strade di Beirut raccontano una realtà opposta.

L’intesa per il Sud del Libano, mediata dagli Stati Uniti, si scontra con l’attore centrale della crisi: Hezbollah.

Il Partito di Dio non solo non ha sottoscritto l’accordo, ma lo ha già bollato come “nulla” prima ancora che entri in vigore.

Il punto di rottura è netto. Naim Qassem, leader della milizia sciita, ha respinto il piano, definendolo “umiliante”, “vergognoso” e profondamente lesivo della sovranità del Paese dei Cedri.

Il nodo del contendere risiede nelle clausole non scritte o appena accennate: l’idea, sostenuta da Washington, di un ritiro israeliano a fasi, in cambio del dispiegamento dell’esercito libanese e di un monitoraggio statunitense volto a verificare l’assenza di presenza armata sciita.