Asia occidentale Netanyahu toglie dal tavolo il cessate il fuoco dopo il no di Hezbollah a una tregua «a zone»
Se non a parole, niente cambia in Libano. Negoziati o no, cessate il fuoco o meno, tutti sanno che Israele continuerà a bombardare e avanzare, che Hezbollah continuerà a combattere, che le istituzioni libanesi valgono quel tanto che basta per far arricchire la casta politica: è la disillusione che impera nel paese. A Beirut gli Mk, i droni israeliani, continuano a ronzare sulle teste. Dall’intensità del rumore si capisce se sono più o meno lontani: qui sono ormai tutti esperti. La sensazione generale è di girare a vuoto, un cane che si morde la coda, una sorta di rassegnazione a non essere padroni del proprio destino.
«Qua non cambia mai niente. Ognuno fa gli interessi propri. È sempre stato così e non cambierà certo adesso», dice Christina, una studente di canto del conservatorio di Beirut. Sembrano frasi fatte, luoghi comuni, ma non suonano così. Sono tutt’uno con quel senso di impotenza di chi si trova costretto a non fare piani, o più semplicemente a non poter nemmeno più sperare.
HALA SI ISCRIVERÀ a settembre all’università e sa che «i migliori professori se ne sono andati già dal 2019 (all’inizio della crisi economico finanziaria peggiore della storia del paese, ndr). La crisi non è solo economica. Ora, con la guerra, la situazione è peggiorata». Tenterà di avere una borsa di studio in Europa perché non ha «nessuno familiare fuori» che possa accoglierla. Ci sono oltre 15 milioni di libanesi nel mondo, tre volte il numero dei residenti in Libano, una diaspora che dura da prima ancora che esistesse come stato.













