Il primo dei due giorni di negoziati alla Casa Bianca tra Libano e Israele non ha fermato i bombardamenti israeliani e i combattimenti in Libano. La diplomazia libanese prova a portare a casa almeno una sospensione degli attacchi israeliani o quantomeno il rientro dell’escalation iniziata la settimana scorsa, quando il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato tutta l’area a sud del fiume Zahrani, a una quarantina di chilometri dal confine, «zona di guerra».
«Ripeto che le negoziazioni sono l’opzione meno costosa per il Libano e i libanesi» ha scritto su X il primo ministro libanese Nawaf Salam nel pomeriggio. «Costituiscono il cammino più breve verso la fine dell’occupazione e il ritorno dei nostri abitanti del sud nelle loro città e villaggi, dal momento che tutti gli sforzi sono unificati sotto l’autorità dello Stato».
NEL SUD DEL LIBANO gli attacchi dell’aviazione israeliana sono stati anche ieri violentissimi. A nulla sono valse le rassicurazioni di Trump di lunedì sera, quando su Truth aveva scritto che Israele non avrebbe attaccato Hezbollah e «che loro non avrebbero attaccato Israele». Lunedì mattina – e poi nuovamente alle cinque di pomeriggio – in un comunicato congiunto Netanyahu e il suo ministro della Difesa Israel Katz avevano minacciato di bombardare la Dahieh, la periferia sud di Beirut, creando il panico in città e constringendo migliaia di persone alla fuga. La Dahieh ospita tra i 500mila e i 700mila abitanti.













