Commenti In Libano il cessate il fuoco non è più un argine alla guerra ma è diventato una linea di separazione tra territori protetti dalla diplomazia e territori lasciati al fuoco

In Libano il cessate il fuoco non è più un argine alla guerra ma è diventato una linea di separazione tra territori protetti dalla diplomazia e territori lasciati al fuoco. Da giorni Stati uniti e Israele, da una parte, e Iran e Hezbollah, dall’altra, negoziano una nuova tregua.

Ma solo sulla Grande Beirut, cioè la capitale libanese e la sua cintura meridionale, considerata roccaforte del movimento sciita. Altrove, nel sud, la guerra continua: raid israeliani, demolizioni, avanzata militare, paesi e cittadine svuotati o cancellati, morti che si accumulano nei bilanci quotidiani. Tra loro bambini, soccorritori, lavoratori migranti senza via di fuga. Numeri che ormai non riescono più nemmeno a restituire il contrasto tra la «tregua» annunciata e la guerra reale che continua.

È LA REALTÀ che emerge dagli ultimi negoziati tra Stati uniti, Israele e Libano svoltisi a Washington. Il linguaggio ufficiale, lo stesso adottato dal premier libanese Nawaf Salam, parla di «consolidamento della tregua», «stabilizzazione», «ritorno degli sfollati». Eppure sul terreno la tregua ha un altro significato: non protegge il Libano, protegge solo una sua parte. Beirut viene inserita nel perimetro negoziale, mentre il sud è consegnato alle scorribande terrestri e aeree israeliane. La capitale e la sua cintura urbana diventano così un limes tattico e negoziale. Non il confine tra guerra e pace.