Il Libano torna a vivere una di quelle fasi in cui la diplomazia corre dietro agli eventi invece di guidarli. Da una parte c’è l’ipotesi di un cessate il fuoco che potrebbe entrare in vigore entro 24 ore; dall’altra ci sono gli ordini di evacuazione israeliani, la prosecuzione delle operazioni militari nel sud e il rifiuto netto di Hezbollah, che ha definito “una farsa” i negoziati diretti con Israele a Washington.

L’uccisione di un casco blu serbo della missione Unifil e il ferimento di soldati spagnoli nella base di Marjayoun, nel sud del Paese, hanno riportato al centro della scena la fragilità di una situazione che resta esplosiva, mentre l’Onu ha avviato un’indagine sull’attacco. La circostanza è ancora più grave perché la base colpita appartiene al settore orientale della missione, storicamente sotto forte responsabilità italiana, e dunque ogni colpo che cade lì tocca direttamente la presenza europea nel teatro libanese. L’Onu non ha attribuito ufficialmente la responsabilità dell’attacco, ma la versione israeliana punta il dito contro Hezbollah sulla base della traiettoria dei proiettili, un elemento che alimenta subito la solita guerra delle narrazioni. In uno scenario del genere, la verità operativa conta quasi quanto la verità politica: chi ha sparato, in realtà, è solo la prima delle domande; la seconda è quanto ancora possa reggere il dispositivo internazionale in mezzo al fuoco incrociato.