In tutte le drogherie di Beirut e del Libano, gli onnipresenti dukkene, la scena all’entrata è sempre la stessa: una tv accesa sulle notizie e qualcuno che commenta, con toni più o meno accesi, ironici, o con un sarcasmo amaro. I libanesi, per quanto diversissimi tra loro da quartiere a quartiere, hanno in comune un senso dell’umorismo acuto, un tratto culturale che sa tanto di meccanismo di adattamento.
«UN GIORNO sì, un giorno no! Mi sembra m’ama non m’ama!», dice Michel K. mentre discute con il fratello dei negoziati tra Iran e Stati uniti e della situazione in Libano. «Il sud? Te lo devi dimenticare! Anche chi come noi è sempre stato e sempre sarà contro Hezbollah, non potrà mai credere alle promesse di questi bugiardi (gli israeliani, ndr)». Il fratello gli si sovrappone: «Trump fa quello che vuole Netanyahu, per questo deve cambiare ogni giorno idea!». Preciso o meno, il dato che torna in ogni conversazione è quello di una sfiducia immensa e una disillusione costante.
Accordo con l’Iran «previsto» per oggi, ha detto ieri in serata il presidente degli Stati uniti Donald Trump, a cui dovrebbe seguire «immediatamente» l’apertura di Hormuz. Resta l’incognita Libano: l’Iran, principale alleato di Hezbollah, ha più volte messo in chiaro che un accordo, senza un cessate il fuoco vero e duraturo nel paese dei cedri, non sarà preso in considerazione. Gli Stati uniti, che hanno in varie occasioni mostrato un’apertura verso questa posizione, si trovano contro Israele, che non ha intenzione di ritirare le truppe dalle aree libanesi che sta occupando. Il ministro della difesa israeliana Israel Katz è stato venerdì cristallino a riguardo: «Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, in Siria e a Gaza».










