I droni israeliani su Beirut volano bassissimi, si intravedono in controluce. Israele sa bene che l’occupazione non è solo quella delle truppe, come al sud. È una presenza costante nello spazio che non gli appartiene, un monito perpetuo sulla testa e sulla vita dei libanesi.
La gente per strada, che pure è abituata al fastidio quotidiano del ronzio assillante degli MK, alza gli occhi per scorgerli: sono più vicini del solito. E questo accade sempre in giornate cruciali, come ieri. A Islamabad è in gioco anche il destino del Libano, per quanto Trump si sforzi di separare la questione iraniana da quella libanese. Ieri pomeriggio il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi con una lettera al segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha assicurato il supporto al partito armato sciita libanese e ha rimarcato di aver chiarito, nell’ultima proposta agli Stati uniti, di voler «legare qualsiasi accordo ci sarà con gli Stati Uniti a un cessate il fuoco in Libano».
«LA REPUBBLICA ISLAMICA – procede Araghchi – non rinuncerà a sostenere i movimenti che reclamano il diritto e la libertà, fra cui primeggia Hezbollah, resistente e vittorioso. È il nostro impegno nei confronti del nostro imam martire, il grande ayatollah Ali Khamenei. (…) Fin dal primissimo momento in cui alcuni paesi regionali sono intervenuti come mediatori con l’obiettivo di ridurre le tensioni tra Iran e Usa, abbiamo legato il cessate il fuoco in Libano a qualsiasi accordo».















