Se gli israeliani sapessero quanto si assomigliano Beirut e Tel Aviv forse capirebbero perché il Libano resterà per loro una trappola mortale.

La coazione a ripetere che induce condottieri tanto cinici quanto sprovveduti a esultare rimirando la bandiera con la stella di Davide issata sulla fortezza di Beaufort, luogo maledetto per chiunque vi sia rimasto assediato, è tipica di chi marcia dritto verso l’autodistruzione. Ora muovono di nuovo su Beirut, considerata la più debole delle capitali arabe nemiche, e non si accorgono che invece quel microcosmo – mosaico di civiltà sopravvissute a guerra civile, scorrerie, bombardamenti, eserciti occupanti – rappresenta non il passato ma il futuro del Medio oriente.

Israele sta costruendosi il nemico perfetto. Quando Netanyahu suggerisce all’orecchio di un Trump sempre più scettico «non mollare proprio adesso, la debolezza militare di Hezbollah ci consente di sferrargli un colpo definitivo che manderà al tappeto anche l’Iran», si rivela più credulone del protagonista di un romanzo premiato col National book award 2025, appena tradotto in italiano da La nave di Teseo. Lo ha scritto il libanese Rabih Alameddine e s’intitola, per l’appunto: La vera storia di Raja il Credulone e di sua madre. Quanto si somiglino nella loro modernità cosmopolita due città mediterranee limitrofe come Beirut e Tel Aviv ben si deduce dall’avventurosa storia del professore di filosofia Raja, omosessuale circondato da prepotenti d’ogni risma capace però di rigenerarsi nella barbarie circostante da autocompiaciuto, parole sue, «figlio di puttana».