Ho sempre trovato riprovevole e rivelatore l’irresistibile impulso a rovesciare contro gli ebrei l’accusa di genocidio, e fino a quando Benjamin Netanyahu non ha reso la distinzione una questione di lana caprina, lo confesso, mi è capitato persino di accalorarmi con chi non voleva sentir parlare di massacri, atrocità e nemmeno di sterminio, perché non c’era niente da fare, se non dicevi la parola magica, stavi chiaramente dalla parte dei cattivi.

Una logica peraltro molto diffusa, e non riservata solo alla questione palestinese, questa delle parole-bandiera o per meglio dire delle parole-lasciapassare, indispensabili per attraversare incolumi una folla sempre pronta a linciare chi non si identifichi chiaramente e inequivocabilmente con la tribù dei giusti, prestando il dovuto omaggio ai suoi rituali e ai suoi totem.

Il problema è che ormai, dopo quello che Israele ha fatto a Gaza, comunque lo si voglia definire, e con quello che il governo, l’esercito, i coloni e gli estremisti israeliani continuano a fare indisturbati ovunque, dalla Cisgiordania al Libano, non ho nessuna voglia di fare distinzioni di lana caprina, perché non voglio confondermi nemmeno per un momento con chi, per fanatismo, per abitudine, per qualunque motivo, rifiuta di vedere l’abisso in cui Netanyahu e il suo degno compare Donald Trump hanno precipitato Israele e il Medio Oriente, e si ostina a difendere l’indifendibile.