La furia con cui Israele conduce la pulizia etnica del sud del Libano è il segno della disperazione strategica del suo apparato di potere criminale. Non appena ha fiutato che un possibile accordo tra Usa e Iran potesse includere il Libano come condizione, ha ricorso a una strategia già testata.

Attacchi spettacolari contro il Paese dei Cedri per sabotare un passaggio diplomatico che nei fatti sancirebbe i limiti del controllo imperiale occidentale sulla regione.

Così, nel giorno dell’Eid al-Ahda, una delle festività più importanti dell’anno per i musulmani, i vertici dell’esercito israeliano occupante hanno ordinato prima agli abitanti di due intere città del Libano meridionale – Nabatieh e Tiro – di lasciare le proprie case, per poi bombardarle senza tregua. Dopo, in serata, l’«ordine di evacuazione» – termine orwelliano per inzuccherare un crimine di guerra ormai normalizzato – è stato esteso all’intero sud: tutte le città, i villaggi e i campi dei rifugiati palestinesi, parte integrante del mosaico sociale e istituzionale del sud – il janub – sono stati designati come «zona di combattimento». L’obiettivo esplicito di Israele è occupare permanentemente tutto il territorio sotto il fiume Litani e forse anche oltre.