TEL AVIV - «Il Libano affronta un momento pericoloso e difficile. Il nostro paese è stato trascinato in una guerra devastante che non abbiamo cercato e che non abbiamo scelto. È una guerra che ci è stata imposta».

Mentre i caccia israeliani bombardavano la Valle della Bekaa, le regioni meridionali del Paese e la città di Tiro, in un’area molto vicina ai siti archeologici protetti dall’Unesco, mentre decine di migliaia di sfollati fuggivano verso la capitale Beirut, il primo ministro libanese Dawas Salam, durante un incontro con ambasciatori arabi e stranieri, ha ripetuto un appello che rischia di accendere ulteriormente gli animi.

Ieri i raid israeliani si sono estesi, colpendo buona parte del territorio libanese, da Tripoli, città sunnita nel nord, fino alle regioni meridionali, dove le truppe di terra avrebbero preso possesso della cittadina di Khiam, a circa 6 km, spingendosi fino a 27 chilometri all’interno del territorio libanese. Durante le operazioni è stata colpita una postazione dell’Unifil e un numero imprecisato di caschi blu ghanesi è rimasto ferito, alcuni in modo grave.

Il Libano è ormai divenuto un nuovo fronte di guerra aperto. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vuole cogliere l’occasione per regolare i conti una volta per tutte con Hezbollah. Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Eyal Zamir, ha ribadito che l’obiettivo è il disarmo di Hezbollah. Le operazioni non cesseranno fino a quando il risultato non sarà raggiunto, ha precisato.