La campagna militare di Israele contro Hezbollah in Libano non si ferma, ma anzi si intensifica, e mette a rischio la tregua di due settimane faticosamente raggiunta nella notte tra Usa e Iran. Fin dall'annuncio, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto che l'accordo per un cessate il fuoco con Teheran non includeva il Paese dei Cedri che l'Idf avrebbe continuato a bombardare. E dalle parole è passato ai fatti: contro Beirut e in particolare il quartiere meridionale di Dahieh, tradizionale roccaforte del gruppo sciita filo-iraniano, le forze armate israeliane hanno lanciato l'attacco più violento dall'inizio della guerra contro il Libano, il 2 marzo scorso. Un intenso bombardamento, senza preavviso, che ha fatto "112 morti e 837 feriti", come ha denunciato il ministero della Salute libanese, riferendo di "una serie di raid aerei simultanei su diverse aree libanesi". Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha confermato il raid a sorpresa, affermando che l'attacco contro "centinaia di membri di Hezbollah" in tutto il Libano è stato "il colpo più duro subito dal gruppo sciita dall'operazione con i cercapersone esplosivi" del 2024. La linea di Tel Aviv è stata spostata dal presidente Usa, Donald Trump, secondo il quale il conflitto in Libano è "uno scontro a parte" che "a causa di Hezbollah" "non è stato incluso nell'accordo" di cessate il fuoco di due settimane con l'Iran.