La diplomazia attinge nuove forme dall’osteria. Nel suo ultimo colloquio telefonico con il primo ministro Benjamin Netanyahu, il presidente Donald Trump si sarebbe concentrato su una serie di improperi irripetibili e di insulti da trivio rivolti al capo del governo israeliano. La ragione è l’attacco in profondità che Israele sta scatenando contro il Libano con l’obiettivo di smantellare definitivamente postazioni militari e dirigenti di Hezbollah, che con lanci di missili continua a essere una spina nel fianco dello Stato ebraico nella sua fascia settentrionale. Più che la sorte del Paese dei cedri, alla Casa Bianca sta a cuore lo sviluppo del complicato negoziato in atto da settimane con l’Iran, per porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio da Israele e Stati Uniti e sospesa ai primi di aprile per cercare una composizione diplomatica del conflitto.
La guerra in Libano complica molto la ricerca.
L’amministrazione americana minaccia, rassicura, esprime speranza, confida, riprende l’offensiva su scala ridotta, torna a minacciare, come su un’altalena che nessuno sa fermare. Il fatto è che ormai persino Trump e i suoi dovrebbero essersi resi conto di essere caduti a pie’ pari in una trappola, certo tesa dall’amico Bibi, ma che lo stesso presidente americano ha contribuito a costruirsi. Il Libano è un ingranaggio della trappola. Non era necessaria molta immaginazione per capire che la trattativa, più o meno sotterranea, tra Stati Uniti e Iran avrebbe potuto essere pregiudicata dalla campagna militare di Israele in territorio libanese.










